E si discute sull’Aquila per la sentenza choc «No, non è giustizia»

Corresponsabilità delle vittime per “condotta incauta” Il procuratore Di Ruzza: «Stride con lo stato di diritto»
SAN GIULIANO DI PUGLIA . Dal capo della protezione civile nazionale, Fabrizio Curcio, all’ex procuratore della Corte d’appello Claudio Di Ruzza che chiese e ottenne la condanna, nella sentenza di secondo grado, degli imputati del crollo della scuola Jovine; dal Comitato vittime al sindaco di San Giuliano Giuseppe Ferrante fino a Vincenzo Vittorini, che da 13 anni combatte la battaglia per il riconoscimento dei diritti delle vittime del terremoto dell’Aquila. La ricorrenza dei 20 anni degli Angeli di San Giuliano, è un modo per riflettere anche sulla recente sentenza del tribunale civile dell’Aquila che ha riconosciuto la corresponsabilità delle vittime, pari al 30%, per “condotta incauta”, nel crollo di via Campo di Fossa: quella di essere rimasti in casa malgrado le scosse. Una sentenza definita shock,
«Sulla vicenda dell’Aquila non è il momento di parlare», risponde Curcio alla nostra domanda, «non ho letto la sentenza e non faccio nessun commento». Il sindaco Giuseppe Ferrante dice di averla seguita «ma non mi sembra giusta ed è anche difficile da commentare perché sappiamo cosa è stata qui, per il San Giuliano, il primo grado di giudizio (tutti assolti, ndr), ma poi la sentenza è stata ribaltata. Confidiamo nella giustizia e speriamo che faccia il suo decorso nel modo giusto».
Per il procuratore Claudio Di Ruzza, ora al Tribunale dei minorenni di Campobasso, «le due vicende (San Giuliano di Puglia e L’Aquila, nda) sono legate non solo per le tragedie che hanno causato, ma per una battaglia di civiltà e per fare in modo che queste vicende non si ripetano. I comitati stanno denunciando anche una serie di inefficienze sul piano giudiziario i cui effetti si sono sentiti nei giorni scorsi con la sentenza dell’Aquila dove è stata riconosciuta una corresponsabilità delle vittime con un principio che stride con uno stato di diritto e che sicuramente sarà oggetto di riforma, così come era stata riformata la sentenza di San Giuliano. Oggi siamo qui per essere vicini ai famigliari delle vittime e rendere onore agli Angeli di San Giuliano e alle altre vittime di disastri colposi».
Secondo Antonio Morelli, presidente del Comitato vittime della scuola di San Giuliano, «le sentenze vanno rispettate, ma quella aquilana non è fatta per il popolo italiano: va contro di esso. È una vergogna perché è stata pronunciata nel nome del popolo italiano ma confido che in appello venga completamente ribaltata perché lo Stato non può essere il Ponzio Pilato della situazione e lavarsi le mani. Ricordo che prima della scossa del 6 aprile, vennero date rassicurazioni dagli esperti di tutti i settori: furono loro a tranquillizzare la popolazione dicendo di stare a casa perché non sarebbe successo nulla. Anzi, che con le scosse precedenti, sarebbe diminuita l’energia e l’intensità del terremoto. Ma così non è stato. Ora la colpa è di chi è rimasto a casa. A noi, nella sentenza di primo grado, il giudice lesse che “il fatto non sussiste”: allora c’è un disegno che una giustizia è forte con i deboli e debole con i forti? Se è così, la respingiamo al mittente perché lottiamo e lotteremo perché venga fatta giustizia vera».
A San Giuliano, a portare la solidarietà sua e degli aquilani, c’è Vincenzo Vittorini. «Siamo qui per ricordare un’altra strage, quella della scuola», dice, «in cui il terremoto è stata la concausa, mentre la vera causa è la mano dell’uomo che ha sopraelevato una scuola in una zona sismica. Finché non si capirà che il terremoto potrebbe pure non fare danni ma siamo noi a farli quando, in barba alla prevenzione, alle norme anti-sismiche, costruiamo, non facciamo prevenzione, non facciamo esercitazioni, è chiaro che è un fatto di cultura e se non si fa questo passo enorme in questo Paese non ci possiamo definire civili. Ventisette bambini morti, un’intera generazione», sottolinea Vittorini, «è una cosa che fa male e questo dolore non passerà mai. La sentenza aquilana è un abominio perché fa sì che possa essere applicata in tutte le situazioni in cui ci sono vittime, in cui c’è un atto contro la persona, ed è un qualcosa di estremamente grave e pericoloso. Spero che la manifestazione dell’Aquila di una settimana fa, faccia fare un passo in avanti verso la verità, la giustizia, la memoria e per evitare che queste stragi si verifichino di nuovo». (r.o.)
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