E slitta l’unificazione dei due procedimenti

Il gup rinvia al 13 dicembre la decisione sulla riunione dei fascicoli sul processo madre e sul depistaggio
PESCARA. La decisione sull'unificazione del procedimento sul presunto depistaggio (che coinvolge i vertici della Prefettura all'epoca guidata da Francesco Provolo) che riguarda il disastro dell'hotel Rigopiano di Farindola, con il processo madre dove figurano 25 imputati per reati diversi come omicidio e lesioni plurime colpose e disastro colposo, per la morte delle 29 persone rimaste sotto le macerie del resort, slitta al 13 dicembre prossimo. Ieri il gup Gianluca Sarandrea non ha potuto procedere alla riunione dei fascicoli disposta dal presidente del Tribunale dopo la decisione del gup Antonella Di Carlo (che si occupava del depistaggio) in quanto il collegio difensivo, che fino ad ora effettivamente non ha ancora interloquito su tutta la vicenda, ha chiesto ed ottenuto termini a difesa per poter esaminare tutte le costituzioni di parte civile che sono state presentate ieri in relazione al filone depistaggio. La procura di Pescara, per bocca del procuratore Massimiliano Serpi, ha comunque ribadito al giudice la sua contrarietà alla unificazione dei processi. «Siamo fortemente contrari», ha detto il numero uno della procura, «perché la loro sommatoria comporterebbe tempi più lunghi per entrambi i processi, considerando che nel processo madre ci sono già oltre 100 parti offese che durante il processo vorranno porre domande, e quindi aggiungere altri imputati determinerà per forza di cose l'allungamento dei tempi. Per cui secondo noi non ci sono le condizioni per riunirli». Ma Serpi è andato anche oltre affermando che nel processo sul depistaggio si parla di una questione successiva al disastro. «Qualcuno ha nascosto quella telefonata di aiuto di Gabriele D'Angelo (il cameriere dell'hotel che la mattina del 18 gennaio chiese aiuto e che poi rimase vittima del crollo ndr) perché temeva che potesse essere danneggiato e anche qualora gli stessi imputati fossero assolti nel processo madre (il riferimento è all'ex prefetto Provolo e alla dirigente De Cesaris imputati anche nel processo madre ndr), saranno chiamati a risponderne nell'altro processo». Il procuratore ha anche sostenuto che gli atti sul depistaggio erano già confluiti nell'inchiesta madre e «abbiamo redatto la richiesta di rinvio a giudizio per il disastro valutando tutti gli atti, ritenendo quella vicenda non rilevante».
Nel corso dell'udienza sono state presentate dalle parti offese le richieste di citazione in giudizio dei responsabili civili che sono stati individuati nella Presidenza del Consiglio dei Ministri, ministero dell'Interno, ministero dell'Economia e Finanze, Regione Abruzzo, Comune di Farindola e anche la società Gran Sasso Resort. A margine dell'udienza c'è stato poi lo sfogo dell'avvocato Massimo Reboa, che assiste alcune delle famiglie delle vittime in relazione alla mancata presenza dell'Avvocatura dello Stato. «Oggi non abbiamo visto nessuno dell'Avvocatura e siamo molto sorpresi. Ci stiamo chiedendo a che gioco stanno giocando al ministero e negli uffici del Governo. Abbiamo inviato una lettera privata al ministro e poi l'abbiamo resa pubblica nella speranza che il ministero si costituisse nel processo sul depistaggio. Inizialmente avevamo ricevuto un riscontro positivo dagli uffici del ministro Bonafede, che aveva concordato con il premier Conte la costituzione di parte civile, ma oggi non si è visto nessuno».
Lo stesso studio legale Reboa ha poi depositato anche una denuncia querela in relazione sempre alle telefonate di aiuto del cameriere Gabriele D'Angelo fatte al Coc di Penne la mattina del 18 gennaio e in particolare alle dichiarazioni rilasciate al Tg3 Abruzzo e alla trasmissione Le Iene da Luca Verna, comandante dei vigili del fuoco che aveva il coordinamento del Coc di Penne e che aveva dunque il «potere decisionale di disporre i soccorsi». (m.c.)
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