Ecco l’ultima vittoria di Russo: battuto il pm in Cassazione

12 Novembre 2021

A distanza di quasi un anno dalla morte, per lo storico avvocato arriva un’ordinanza attesa dal 2001 Non diffamò un sostituto procuratore durante un processo per fondi spariti: «Raccontò fatti veri»

PESCARA. L’ultima vittoria da principe del foro è arrivata quasi un anno dopo la sua morte con un’ordinanza della Corte della Cassazione lunga 7 pagine: l’avvocato Marcello Russo, morto all’età di 91 anni il 25 gennaio scorso, non è colpevole del reato di diffamazione nei confronti di un ex pm della procura di Pescara. Russo disse la verità. Quelle parole che usò su una memoria di 24 anni fa e che mandarono su tutte le furie il sostituto procuratore, afferma ora la Cassazione, raccontano «fatti veri, pertinenti rispetto all’oggetto del giudizio in cui furono evidenziati, oltreché rispettosi dei limiti di continenza espressiva e formale, con la conseguente insussistenza di alcun profilo di illiceità».
VENT’ANNI IN CAUSA È una storia lunga più di vent’anni e non ancora finita quella narrata negli atti giudiziari, carte partite da Pescara, passate per Campobasso e poi arrivate in Cassazione a Roma: da una parte uno degli avvocati più noti d’Abruzzo, dall’altra il pm Salvatore Di Paolo, uno dei più in vista a palazzo di giustizia tra gli anni Novanta e Duemila. L’anno di partenza è il 1997: all’epoca Russo era avvocato difensore della presidente di un’associazione di volontariato, l’Ail, che si ritrovò indagata per diffamazione a causa di una denuncia presentata dal precedente presidente in merito a una sparizione di fondi. A sostenere l’accusa fu il pm Di Paolo.
DANNI PER 200MILA EURO Negli atti processuali, Russo disse che l’indagine di Di Paolo fu svolta «in modo non ineccepibile e non imparziale accanendosi contro gli imputati». Queste parole innescarono il contenzioso: Di Paolo, sentitosi leso per quei termine considerati «pretesamente diffamatori e calunniosi», chiese il conto a Russo e avviò una causa civile da 200mila euro per presunti danni morali. Dopo un primo rigetto a Campobasso, il pm ottenne una vittoria in appello nel 2001 e prese un risarcimento di circa 50mila euro.
RIBALTONE Nei successivi gradi di giudizio, l’avvocato Russo, insieme alla figlia Luisa, anche lei legale e adesso sindaco di Francavilla, è riuscito a dimostrare che non diffamò nessuno e che si limitò a esercitare le sue funzioni difensive di avvocato. In un rimpallo tra Cassazione e Corte d’Appello, poi, i giudici hanno stabilito che quei fatti narrati da Russo «fossero risultati veri». E i soldi pagati come risarcimento vent’anni fa? I giudici hanno compensato le spese legali ma, secondo Russo, avrebbero dovuto anche stabilire la restituzione di quei 50mila euro pagati a titolo di ristoro dei danni. La Cassazione ha accolto la tesi di Russo rilevando «la manifesta fondatezza di detta censura, atteso che la Corte territoriale ha del tutto omesso di pronunciarsi su detta domanda, così incorrendo nel vizio processuale inequivocamente rilevato dall’odierno ricorrente».
LA BATTAGLIA DELLA FIGLIA E adesso, con l’avvocato scomparso, tocca alla figlia portare avanti la battaglia legale: con l’ultima ordinanza, la Cassazione ha deciso che il caso deve tornare all’esame della Corte d’Appello di Campobasso «ma in diversa composizione»: i giudici dovranno «provvedere alla regolazione delle spese del presente giudizio di legittimità».