«Effetto guerra in Abruzzo consumi in calo nel 2023»

L’economista Mauro: peseranno anche la crisi energetica e l’inflazione
Il 2023 in Abruzzo rappresenta un’incognita sotto il profilo del lavoro e delle prospettive occupazionali. Il professor Giuseppe Mauro, economista, traccia un quadro prospettico della situazione occupazionale nella nostra regione.
di GIUSEPPE MAURO*
Il 2023 sarà probabilmente l’anno delle grandi incertezze e dei cambiamenti. Crisi energetica, inflazione e costo del denaro sembrano essere i temi che si rifletteranno negativamente sulle condizioni di vita delle famiglie e sul futuro delle imprese. Una crisi, quella attuale, che può essere paragonata a quella del 2007. Entrambe ci fanno scoprire qualcosa di nuovo.
La crisi del 2007 evidenza il primato della finanza speculativa sull’economia reale; la crisi energetica fa invece scoprire una dipendenza dell’Italia dal gas russo per oltre il 40% del fabbisogno nazionale, con tutte le conseguenze nefaste che stiamo vivendo. Lo scenario attuale è caratterizzato dall’elevato livello di inflazione, trainata dall’aumento dei prezzi delle materie prime, e dal conseguente andamento restrittivo della politica monetaria con l’innalzamento dei tassi di interesse.
GLI SCENARI
Lo scenario sperimentato nel 2021 e nella prima parte del 2022 tende quindi ad esaurirsi. Non a caso le stime del tasso di crescita del Pil (Prodotto interno lordo) per il 2023 oscillano per l’Italia attorno allo 0,5% (3,7% nel 2022) e per l’Abruzzo tra lo 0,5% e l’1%. Eppure, dopo la pandemia, molte sfide sembravano vinte. Nonostante una situazione di estrema difficoltà l’economia non era entrata in una fase recessiva, anzi aveva dato segnali di vitalità. A tale proposito, i dati dell’Istat forniscono una puntuale testimonianza non solo della resilienza ma anche del dinamismo del sistema economico regionale. Basti pensare che sino al terzo trimestre del 2021 l’occupazione in Abruzzo era cresciuta di ben 31.000 unità; il tasso di crescita del Pil era passato dal -8,1% del 2020 al 5,6% del 2021 e poi al 3,8% del 2022; il tasso di occupazione dal 56,6% al 58,6% (22 punti in più rispetto al Mezzogiorno) e il tasso di disoccupazione dal 10,2% al 9%.
LE ESPORTAZIONI
Anche le esportazioni manifestavano un andamento crescente di oltre il 13% rispetto al periodo precedente, con l’automotive ancora in una fase espansiva pari a una crescita di circa il 10%. La guerra ha ribaltato questa interessante ripresa. L’aumento dei prezzi che ne è scaturito (il 13% in Abruzzo) ha reso più incerte le variabili economiche e sociali, ha colpito i più poveri, sta riducendo i consumi delle famiglie e rinviando gli investimenti delle imprese. È stata quindi l’inflazione ad indurre la Banca centrale europea a incrementare i tassi di interesse al fine di mantenere la stabilità dei prezzi, con un processo di contenimento del credito che alla fine condurrà a una minore crescita economica.
GLI INVESTIMENTI
Queste considerazioni ci spingono ad affermare che molto dipenderà dall’evoluzione della situazione sul fronte degli investimenti, soprattutto pubblici, e sulle politiche economiche volte all’inclusione e all’innovazione. Pur in presenza di segnali di distensione sul prezzo dell’energia, tale da prospettare un maggiore equilibrio tra domanda e offerta, appare imprescindibile una risposta a livello europeo, come avvenuto nel corso della pandemia. Ciò perché il problema dell’energia è il cuore di questa crisi. Ma per l’Abruzzo rimangono vitali i temi dell’innovazione e dell’inclusione.
L’INNOVAZIONE
L’innovazione è fondamentale per dare competitività alle nostre imprese e partecipare agli scambi internazionali. Non si dimentichi che l’Abruzzo è una regione aperta con una capacità di esportare che raggiunge il 26% del valore aggiunto, oltre il doppio del Mezzogiorno. L’inclusione chiama in causa il fattore lavoro. Bisogna dare risposte concrete alle richieste di lavoro da parte delle imprese, con qualità e contenuti nuovi. Le sfide globali possono essere affrontate solo con il contributo dei giovani, sulla base di una formazione costante e di una progressiva competenza. Dal mercato del lavoro emergono indicazioni precise anche sull’asimmetria tra domanda e offerta di lavoro, un disallineamento tra competenze richieste dalle imprese e competenze di chi cerca occupazione.
In conclusione l’Abruzzo, al pari dell’Italia, è stato immerso in una fase che è definibile come “policrisi” o “permacrisi”, dove eventi complessi, di difficile controllabilità, hanno modificato la società e l’assetto economico. Si pensi, come detto in precedenza, alla pandemia, alla guerra in Ucraina, alla recente impennata dell’inflazione o, in senso positivo, ai progressi più rapidi del previsto nell’ambito dell’innovazione tecnologica. Per questo motivo bisogna essere molto cauti nell’effettuare previsioni. Pertanto, è ragionevole pensare che il 2023 possa essere definito l’anno delle “tre transizioni”: transizione digitale, transizione green e riposizionamento delle filiere produttive globali.
LE TRE TRANSIZIONI
La prima transizione è una corrente profonda che va avanti da diversi anni e che, settore per settore, sta incrementando il livello di informatizzazione di diverse industrie che erano considerate non-digitali, dal settore immobiliare all’agricoltura, dalla medicina all’istruzione. È una tendenza che proseguirà e che dai più è ormai vista come imprescindibile. La seconda transizione è più recente ma altrettanto rilevante, riguarda la consapevolezza della minaccia globale del cambiamento climatico e della necessità di un ripensamento dei sistemi di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi.
Ogni impresa, ogni pubblica amministrazione, ogni organizzazione dovrà intraprendere un cammino per essere sempre più “green” e in generale rispettare criteri sempre più evoluti nell’ambito che oggi viene definito “Esg” (Environmental, social and governance) ovvero il rispetto dei vincoli di sostenibilità ecologica e sociale. La terza transizione è quella più inaspettata: l’inversione almeno parziale del processo di globalizzazione che per decenni è stato il fenomeno portante dell’economia mondiale. La crescente tensione geopolitica sta portando alla limitazione dei rapporti commerciali con paesi come la Russia, per ragioni di breve termine per via della guerra in Ucraina, e la Cina, per ragioni di lungo termine legate allo scontro di interessi con gli Stati Uniti.
LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE
Si rischia di cadere il quella che viene definita la “trappola di Tucidide”, ispirandosi al famoso storico del mondo antico che descrisse la guerra del Peloponneso e la conflittualità inevitabile tra Atene e Sparta, rispettivamente potenza emergente e potenza egemone. La tensione crescente tra Stati Uniti e Cina sta già provocando delle conseguenze molto concrete, si pensi ad esempio alla Apple che sta rilocalizzando la produzione di prodotti come gli iPhone, iPad e MacBook, in precedenza fortemente concentrata in Cina, in paesi come l’India, il Vietnam e gli stessi Stati Uniti.È solo l’inizio di una corrente che potrebbe portare ad una “diversa globalizzazione”: il commercio internazionale rimarrà probabilmente intenso, ma dotato di una nuova geografia economica che lo segmenterà sulla base di blocchi di influenza politica.
Per questa, come per le altre due transizioni in ambito digitale ed ecologico, l’importante è sapersi posizionare per coglierle efficacemente. Ciò vale per le nostre imprese e per le strategie da porre in essere. Se nel breve periodo bisogna evitare il ripiegamento in settori strategici a maggiore internazionalizzazione, come nel caso dell’automotive, per il futuro bisogna porre l’attenzione anche sui nuovi modelli di crescita.
*economista
©RIPRODUZIONE RISERVATA
di GIUSEPPE MAURO*
Il 2023 sarà probabilmente l’anno delle grandi incertezze e dei cambiamenti. Crisi energetica, inflazione e costo del denaro sembrano essere i temi che si rifletteranno negativamente sulle condizioni di vita delle famiglie e sul futuro delle imprese. Una crisi, quella attuale, che può essere paragonata a quella del 2007. Entrambe ci fanno scoprire qualcosa di nuovo.
La crisi del 2007 evidenza il primato della finanza speculativa sull’economia reale; la crisi energetica fa invece scoprire una dipendenza dell’Italia dal gas russo per oltre il 40% del fabbisogno nazionale, con tutte le conseguenze nefaste che stiamo vivendo. Lo scenario attuale è caratterizzato dall’elevato livello di inflazione, trainata dall’aumento dei prezzi delle materie prime, e dal conseguente andamento restrittivo della politica monetaria con l’innalzamento dei tassi di interesse.
GLI SCENARI
Lo scenario sperimentato nel 2021 e nella prima parte del 2022 tende quindi ad esaurirsi. Non a caso le stime del tasso di crescita del Pil (Prodotto interno lordo) per il 2023 oscillano per l’Italia attorno allo 0,5% (3,7% nel 2022) e per l’Abruzzo tra lo 0,5% e l’1%. Eppure, dopo la pandemia, molte sfide sembravano vinte. Nonostante una situazione di estrema difficoltà l’economia non era entrata in una fase recessiva, anzi aveva dato segnali di vitalità. A tale proposito, i dati dell’Istat forniscono una puntuale testimonianza non solo della resilienza ma anche del dinamismo del sistema economico regionale. Basti pensare che sino al terzo trimestre del 2021 l’occupazione in Abruzzo era cresciuta di ben 31.000 unità; il tasso di crescita del Pil era passato dal -8,1% del 2020 al 5,6% del 2021 e poi al 3,8% del 2022; il tasso di occupazione dal 56,6% al 58,6% (22 punti in più rispetto al Mezzogiorno) e il tasso di disoccupazione dal 10,2% al 9%.
LE ESPORTAZIONI
Anche le esportazioni manifestavano un andamento crescente di oltre il 13% rispetto al periodo precedente, con l’automotive ancora in una fase espansiva pari a una crescita di circa il 10%. La guerra ha ribaltato questa interessante ripresa. L’aumento dei prezzi che ne è scaturito (il 13% in Abruzzo) ha reso più incerte le variabili economiche e sociali, ha colpito i più poveri, sta riducendo i consumi delle famiglie e rinviando gli investimenti delle imprese. È stata quindi l’inflazione ad indurre la Banca centrale europea a incrementare i tassi di interesse al fine di mantenere la stabilità dei prezzi, con un processo di contenimento del credito che alla fine condurrà a una minore crescita economica.
GLI INVESTIMENTI
Queste considerazioni ci spingono ad affermare che molto dipenderà dall’evoluzione della situazione sul fronte degli investimenti, soprattutto pubblici, e sulle politiche economiche volte all’inclusione e all’innovazione. Pur in presenza di segnali di distensione sul prezzo dell’energia, tale da prospettare un maggiore equilibrio tra domanda e offerta, appare imprescindibile una risposta a livello europeo, come avvenuto nel corso della pandemia. Ciò perché il problema dell’energia è il cuore di questa crisi. Ma per l’Abruzzo rimangono vitali i temi dell’innovazione e dell’inclusione.
L’INNOVAZIONE
L’innovazione è fondamentale per dare competitività alle nostre imprese e partecipare agli scambi internazionali. Non si dimentichi che l’Abruzzo è una regione aperta con una capacità di esportare che raggiunge il 26% del valore aggiunto, oltre il doppio del Mezzogiorno. L’inclusione chiama in causa il fattore lavoro. Bisogna dare risposte concrete alle richieste di lavoro da parte delle imprese, con qualità e contenuti nuovi. Le sfide globali possono essere affrontate solo con il contributo dei giovani, sulla base di una formazione costante e di una progressiva competenza. Dal mercato del lavoro emergono indicazioni precise anche sull’asimmetria tra domanda e offerta di lavoro, un disallineamento tra competenze richieste dalle imprese e competenze di chi cerca occupazione.
In conclusione l’Abruzzo, al pari dell’Italia, è stato immerso in una fase che è definibile come “policrisi” o “permacrisi”, dove eventi complessi, di difficile controllabilità, hanno modificato la società e l’assetto economico. Si pensi, come detto in precedenza, alla pandemia, alla guerra in Ucraina, alla recente impennata dell’inflazione o, in senso positivo, ai progressi più rapidi del previsto nell’ambito dell’innovazione tecnologica. Per questo motivo bisogna essere molto cauti nell’effettuare previsioni. Pertanto, è ragionevole pensare che il 2023 possa essere definito l’anno delle “tre transizioni”: transizione digitale, transizione green e riposizionamento delle filiere produttive globali.
LE TRE TRANSIZIONI
La prima transizione è una corrente profonda che va avanti da diversi anni e che, settore per settore, sta incrementando il livello di informatizzazione di diverse industrie che erano considerate non-digitali, dal settore immobiliare all’agricoltura, dalla medicina all’istruzione. È una tendenza che proseguirà e che dai più è ormai vista come imprescindibile. La seconda transizione è più recente ma altrettanto rilevante, riguarda la consapevolezza della minaccia globale del cambiamento climatico e della necessità di un ripensamento dei sistemi di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi.
Ogni impresa, ogni pubblica amministrazione, ogni organizzazione dovrà intraprendere un cammino per essere sempre più “green” e in generale rispettare criteri sempre più evoluti nell’ambito che oggi viene definito “Esg” (Environmental, social and governance) ovvero il rispetto dei vincoli di sostenibilità ecologica e sociale. La terza transizione è quella più inaspettata: l’inversione almeno parziale del processo di globalizzazione che per decenni è stato il fenomeno portante dell’economia mondiale. La crescente tensione geopolitica sta portando alla limitazione dei rapporti commerciali con paesi come la Russia, per ragioni di breve termine per via della guerra in Ucraina, e la Cina, per ragioni di lungo termine legate allo scontro di interessi con gli Stati Uniti.
LA TRAPPOLA DI TUCIDIDE
Si rischia di cadere il quella che viene definita la “trappola di Tucidide”, ispirandosi al famoso storico del mondo antico che descrisse la guerra del Peloponneso e la conflittualità inevitabile tra Atene e Sparta, rispettivamente potenza emergente e potenza egemone. La tensione crescente tra Stati Uniti e Cina sta già provocando delle conseguenze molto concrete, si pensi ad esempio alla Apple che sta rilocalizzando la produzione di prodotti come gli iPhone, iPad e MacBook, in precedenza fortemente concentrata in Cina, in paesi come l’India, il Vietnam e gli stessi Stati Uniti.È solo l’inizio di una corrente che potrebbe portare ad una “diversa globalizzazione”: il commercio internazionale rimarrà probabilmente intenso, ma dotato di una nuova geografia economica che lo segmenterà sulla base di blocchi di influenza politica.
Per questa, come per le altre due transizioni in ambito digitale ed ecologico, l’importante è sapersi posizionare per coglierle efficacemente. Ciò vale per le nostre imprese e per le strategie da porre in essere. Se nel breve periodo bisogna evitare il ripiegamento in settori strategici a maggiore internazionalizzazione, come nel caso dell’automotive, per il futuro bisogna porre l’attenzione anche sui nuovi modelli di crescita.
*economista
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