Elisa, modella impegnata «Accettiamo i migranti»

LIDO DI VENEZIA. Lieve come una piuma e diritta come un fuso, preceduta dai bauli di abiti e seguita dalla madre che le è pari in eleganza, Elisa Sednaoui sbarca al Lido nella quiete perfetta della...
LIDO DI VENEZIA. Lieve come una piuma e diritta come un fuso, preceduta dai bauli di abiti e seguita dalla madre che le è pari in eleganza, Elisa Sednaoui sbarca al Lido nella quiete perfetta della vigilia e, posato il piedino stretto nel sandalo Jimmy Choo sulla corsia dell’hotel Excelsior, subito contraddice la dolcezza del nome che porta. Dice che non ha paura, che sarà se stessa e, soprattutto, dice che parlerà poco.
Già modella, già ragazza del Calendario Pirelli fotografata da Karl Lagerfeld e volto di Chanel; e ancora attrice, autrice, madre di un bambino di due anni, papà egiziano, mamma piemontese e casa a Londra; cinque lingue, molto global, molto impegnata nel sociale e, non proprio da buttar via, figlioccia di Christian Louboutin; a 27 anni questa ragazza diventa anche madrina della 72ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Elisa Sednaoui incarna la madrina del terzo millennio ma anche lei, come tutte coloro che l’hanno preceduta, davvero non ci credeva.
Com’è avvenuto il primo contatto con la Biennale?
«Nessuna telefonata improvvisa. È stato il mio agente a comunicarmi che il direttore Barbera gli aveva chiesto se ero disponibile».
Quindi?
«Quindi lo ero. Ci siamo visti a colazione a Torino e abbiamo concluso. Tutto semplice. Certo, fino a quando non ho visto il mio nome sui giornali non ci credevo del tutto».
Non è la sua prima volta al Festival.
«Ero già stata tre volte, ma solo come spettatrice, l’ultima delle quali due anni fa per “Under the skin”».
La sua idea su Venezia?
«È una città che mi commuove sotto vari punti di vista a cominciare da quando vedo la biancheria stesa ad asciugare sui canali. Lo considero un vero atto della vita di tutti i giorni. Credo che non debba mai venir meno l’impegno per preservare luoghi come questo».
Lei è molto attiva anche sul fronte del sociale.
«Ho una fondazione che porta il mio nome e che si occupa di insegnare arte e recitazione ai bambini e ragazzi egiziani. Inoltre, sempre in Egitto, sto lavorando a un documentario sull’immagine della donna. Ogni giorno penso a quello che succede nel mondo. Alla violenza sulle donne ma anche al dramma dei migranti: non possiamo più parlare di tolleranza ma dobbiamo parlare di accettazione. Viviamo in un’era in cui si chiede a tutti di essere più flessibili».
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