Ettore Spalletti: nei miei quadri i colori dell’amato mare di Pescara

L’artista di Cappelle sul Tavo racconta la sua arte fra presente e ricordi di infanzia: «I miei lavori si spostano continuamente perciò vivo sempre qui. Mi piace annullare l'idea del tempo»
di Jolanda Ferrara
«I miei lavori si spostano continuamente, perciò vivo sempre qui. Contemplo come stanno bene insieme, in continua e mutevole relazione con lo spazio e tra loro. Mi piace annullare l'idea del tempo e offrire loro la possibilità di convivere».
Davanti allo spettacolo esemplare dell'accoglienza nella diversità, Ettore Spalletti contempla la coesistenza di luce, colori e forme raffinate da lui create in sessant'anni di attività. E al mondo perso nella frenesia natalizia, invia un messaggio di vaga speranza. «Auguro una capacità di accoglienza più alta. Meno egoismo per convenienza politica».
Il maestro abruzzese, artista demiurgo, artista globale, è di poche parole ma incisive. «Il mio studio è la mia casa. Di qui uscirò solo dopo il 10 gennaio, quando tutto sarà finito».
«Alla mia età», aggiunge, «riesci a vivere di quello che hai saputo trovare in te stesso. Vivo in una condizione contemplativa. Cercando qui dentro la luce e i colori che poi si riflettono nella luminosità del colore. No, non è rifugio nel conforto del passato o in una realtà idealizzata. E' nell'evoluzione naturale della vita, viene meno la forza fisica e si contempla».
La ricerca della spiritualità lo ha guidato anche nell'ultimo lavoro inaugurato, nei giorni scorsi, la realizzazione di una chiesa nella clinica Villa Serena, a Città Sant'Angelo. «Ho pensato alla chiesa come luogo meditativo, la spiritualità appartiene a tutti. Si tratta di un evento molto importante nella storia del mio lavoro, condiviso con mia moglie, Patrizia Leonelli, che ha progettato l'esterno della chiesa e la vicina sala del commiato».
Spalletti è profondamente legato al paesaggio in cui è nato, nel 1940. Il capannone studio lungo la Provinciale che attraversa Spoltore- Cappelle-Moscufo, dista giusto 5 km dalla sua abitazione. A Cappelle sul Tavo, tra le montagne e il mare. L'Adriatico, quella «linea di bellezza, di azzurro infinito che abbraccia la città, oggi così vituperata da brutte costruzioni e dall'inquinamento».
«Il mare di Pescara era così generoso, colori bellissimi che si dilatavano alla città vecchia e si azzurravano fino al tramonto», ricorda l'artista. «Mi piaceva stare a guardare quel paesaggio. Che oggi vive dentro di me, col desiderio di quella vita di ragazzo. Non avevo tanta voglia di andare a scuola, col pullman arrivavo da Cappelle a Pescara, piazza Unione, e poi a piedi fino al mare. Il direttore del liceo artistico, Giuseppe Misticoni, veniva a cercarmi e mi faceva correre in classe...», racconta Spalletti.
«Pescara non era ancora così espressiva e io amavo fare quelle cose. Poi tutto evolve e la città è diventata altro. Ma è sempre straordinariamente bello alzarsi al mattino e vedere il sole che nasce, e poi il tramonto che si ripete da sempre. E' straordinario».
Spalletti e i suoi colori, il suo paesaggio, l'orbita della luce oggi rappresentata dalla "Ellisse" di azzurro impalpabile posta al centro di una delle stanze di luce bianca, nel suo studio. La nostra «passeggiata nel colore» con lui accanto, per quanto breve diventa esperienza memorabile. C'è l'azzurro atmosferico in cui siamo immersi, il giallo solare, il rosa dell'incarnato, il grigio dell'accoglienza. Il grigio è il colore perfetto, tende al bianco come al nero, tra tutti è il colore che meglio accompagna gli altri. L'ideale in una comunità ideale. Un'idea filosofica. Lo racconta il ponderoso catalogo pubblicato da Electa in occasione della triplice personale «Un giorno così bianco, così bianco» dedicata al maestro due anni orsono dai top musei italiani, Maxxi di Roma, Gam di Torino, Madre di Napoli. Accoglienza, possibilità di coesistenza, ospitalità, dono. Temi da sempre vagheggiato dalla sua arte e oggi tremendamente attuali. Della «necessità di stare insieme» come della feconda vicinanza con gli artisti della sua generazione nei ruggenti anni Settanta a Pescara, Spalletti ha raccontato qualche sera fa a Pescara. Con lui i compagni di quella indimenticata avventura, Mario Pieroni e Bruno Corà, a Vistamare (la galleria di arte contemporanea diretta da Benedetta Spalletti, nipote di Ettore) per presentare il volume Galleria Pieroni (Di Paolo Edizioni).
In oltre cinquecento pagine, illustrate con immagini dell'epoca, il racconto di quella emozionante stagione dell'arte che ha visto per un ventennio la città adriatica svettare nel panorama nazionale ed europeo dell'arte.
Tra i propulsori di tanto splendore culturale, Spalletti con Corà, Pieroni, Dora Stiefelmeier, Federica Coen, Lucrezia De Domizio. Calamitati dal loro richiamo i nomi più rappresentativi: Joseph Beuys, Mario e Marisa Merz, Vettor Pisani, Jannis Kounellis, Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Mario Ceroli, Andrea Cascella, Giacomo Balla, Getulio Alviani, Francesco Clemente.
«Chi veniva qui si sentiva a casa propria. Merito di una sensibilità diffusa, del clima gioioso di condivisione, della capacità di accoglienza che Pescara col tempo ha perso», riflette l'artista di Cappelle. «Ma non conviene essere cattivi, l'importante è trovare un luogo dove riesci a vivere. Quello che conta è ciò che riesci a trattenere nella tua vita. E' la sola cosa che puoi offrire come dono».
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