L’editoriale

Famiglia del bosco e quell’avvocatessa “Scrivente”

24 Febbraio 2026

Caso di Palmoli, l’editoriale del direttore: «Quindi la tutrice dovrebbe porsi una sola domanda: ma se le condizioni poste alla famiglia sono state osservate, come mai questi bimbi non tornano a casa?» 

Primariamente e qualunquemente, la tutrice dei bambini del bosco scrive al Tribunale per i minorenni. E nella sua relazione (ne trovate un brano decisivo in questo articolo dei nostri Gianluca Lettieri e Daniele Cristofani) indica ai giudici un nuovo, pericolosissimo nemico della legge: la nonna e la zia dei piccoli Trevaillon. Nientemeno. Ma devo fare una confessione: la prima cosa che mi colpisce, di questo testo, è la sua prosa: perché Maria Luisa Palladino, che in virtù dell’incarico che le è stato assegnato dovrebbe tutelare i minori della famiglia del bosco, ha deciso invece di trasformarsi (anche pubblicamente) in una implacabile fustigatrice di questo disgraziato nucleo familiare (la disgrazia, per i bimbi, forse è aver incontrato lei). La Palladino lo fa scrivendo i propri rapporti al tribunale in uno stile a metà tra il questurese stretto e l’avvocatese alla azzeccagarbugli che (per fortuna) in questo secolo non si usa più neanche nelle questure. La Palladino parla di sé definendosi “la scrivente”, come i migliori autodidatti dell’Ottocento e i peggiori burocrati del Novecento. Questa signora, che grazie al suo incarico è riuscita a ritagliarsi uno spazio di visibilità e di gloria mediatica nei talk show e nei contenitori televisivi del pomeriggio parlando dei suoi assistiti, ha trovato un colpevole perfetto, a cui mettere un carico la propria frustrazione professionale per il fatto che non riesce a lavorare come vorrebbe: oltre al nemico numero uno, i genitori (ormai un classico, purtroppo), adesso la Palladino punta il dito persino contro quelle due povere donne che hanno attraversato il mondo per poter incontrare i loro nipoti. Ci sarebbe da piangere se non sapessimo già (ne ho scritto pochi giorni fa su questo giornale) che le due donne – nonna e zia – sono state limitate forzatamente nelle loro visite ai propri nipoti come non si impone neanche ai capi-mafia delle Cosche: tre sparute ore in dieci giorni di permanenza in Italia. Ma il loro potenziale criminogeno agli occhi di questa arguta avvocata deve apparire quasi demoniaco, se è vero che appare tale (almeno agli occhi della scrivente) da destabilizzare i bambini. È una ostilità così preconcetta, quella della tutrice per gli adulti della famiglia, da compromettere addirittura un intero progetto educativo. I bambini – infatti – scrive la Palladino, non la incontrano più volentieri, non giocano con lei volentieri, e le ripetono in ogni momento che «vogliono tornare a casa». Ma nella prima fase della loro clausura, aggiunge la tutrice, non era così: «Si evidenzia – osserva – un progressivo e allarmante irrigidimento dei minori nei confronti della scrivente che li ha incontrati plurime volte durante l’intero periodo, con cadenza quasi settimanale». In queste plurime volte la Palladino non è stata neanche sfiorata dal dubbio (almeno stando a quello che scrive lei stessa) che i piccoli siano amareggiati perché viene loro impedito (da lei e dagli assistenti sociali) di vedere i propri genitori quanto e come vorrebbero. E non arriva ad immaginare che siano delusi perché non intravedono ancora la possibilità di un loro ritorno a casa. Qualunque bambino sarebbe naturalmente risentito di tale trattamento, è perfettamente normale, ma evidentemente questa folgorante deduzione non si fa strada nella mente della Palladino. Lei, che sembra così perfettamente a suo agio davanti alle telecamere, dà l’impressione di avere poca dimestichezza con i piccoli (che dovrebbe tutelare). E infatti aggiunge, con tono minaccioso, declinando il proprio ruolo al maschile (deve essere una moda): «Lo scrivente Tutore ritiene che tal condotta potrebbe essere un sintomo di una conflittualità indotta – aggiunge – che delinea un quadro di grave pregiudizio per l’equilibrio psicofisico dei bambini, palesemente condizionati da dinamiche esterne che ne potrebbero minare la serenità e la libertà di autodeterminazione». Adesso si potrebbe suggerire a questa squadra di geni dell’accoglienza che decide sulla testa dei Travaillon che gli inadempienti sono loro: avevano posto tre problemi, e a ognuno di questi la famiglia ha trovato una soluzione: la casa era insalubre? La ristrutturano e nel frattempo hanno trovato una casa-ponte, tra l’altro molto confortevole e accogliente. Il completamento del processo vaccinale? Scopriamo dalla relazione della Palladino che i genitori (ce lo dice lei) sono stati addirittura «collaborativi». La scuola? Il loro titolo di studio era riconosciuto dal ministero (era l’assistente sociale che non lo aveva comunicato al tribunale), eppure hanno anche accettato la presenza e l’intervento di una ottima maestra (l’unica figura positiva e accogliente – forse – che i bimbi hanno incontrato fino ad ora). Quindi la tutrice, ancorché scrivente, dovrebbe porsi una sola domanda: ma se le condizioni poste alla famiglia sono state osservate, come mai questi bimbi non tornano a casa? Perché non vengono restituiti ai loro genitori, magari con un percorso di reinserimento controllato dal tribunale? Mistero. Ecco, se queste domande ce le facciamo noi, e ci irritiamo perché restano senza risposta, solo chi non conosce il rigore implacabile dei bambini può stupirsi del fatto che siano arrabbiati e «poco collaborativi» con la tutrice. Non solo è logico, era prevedibile. E non solo era potenzialmente prevedibile, è stato previsto: lo avevano fatto su questo quotidiano due straordinari terapeuti come Paolo Crepet e Maria Rita Parsi. Spiegava infatti Maria Rita, solo pochi giorni prima di morire: «La scolarità è un valore indiscutibile: ma il rischio più grande in questo provvedimento è quello di indurre i bambini ad un rifiuto dell’autorità». Pensate: ciò che l’acume professionale prevedeva prima che accadesse, la miopia narcisistica non consente che sia riconosciuto neanche dopo che è accaduto. Quindi le sorti della famiglia sono ora nelle mai di uno strano terzetto: una assistente sociale che ha scritto il suo rapporto in modo da far sospendere la responsabilità genitoriale ai Trevaillon. Una psicologa (l’abbiamo raccontato ieri) che scrive e riprende sui social commenti ostili ai genitori («Ma l’ho fatto come persona, non come professionista!», ci ha spiegato lei ieri). E infine questa tutrice così perspicace che si ritrova davanti dei bambini infelici e pensa che la colpa sia della nonna. Che denuncia la responsabilità di nonna e zia. E alla fine trova un ultimo alibi nella denuncia «dell’esposizione mediatica» (quale, se sono reclusi?) dei piccoli. Che ne dite? Cari lettori, lo scrivente – stavolta io – non ha nulla da aggiungere.