Farias e il suo salvataggio di cinque anni fa

18 Ottobre 2018

L’ex bomber: in balìa del mare ho lottato talmente tanto che se fossi morto non me ne sarei accorto

PESCARA. Sono passati quasi cinque anni da quando, il 16 dicembre del 2013, in condizioni di ipotermia preoccupanti Eddy Farias, allora bomber 35enne del San Giovani Teatino e oggi allenatore in seconda del Sambuceto, fu ripescato dalla guardia costiera con l’amico Pietro Nunziato a due miglia e mezzo dalla costa di Ortona. Da allora, quelle tre ore passate nell’acqua gelida, con il buio che calava e la morte in faccia, dopo che la barca con cui erano usciti a pesca aveva iniziato ad affondare, gli hanno cambiato orizzonte. Quello che oggi gli fa dire: «Per conoscere il valore della vita bisogna avere la fortuna di aver visto la morte». Così ha scritto Farias su Fb dopo il salvataggio di Giovanni Amodio e così ripete al Centro l’ex calciatore di Avellino, Ancona, Cavese e Castel di Sangro, e fortuna delle squadre dilettantistiche poi.
Farias, immaginava che Amodio si sarebbe salvato?
Io credo che quando lotta tra la vita e la morte, l’uomo è capace di trovare delle energie pazzesche che non pensava nemmeno di possedere. Per chi è credente come me, poi, c’è sempre la mano di Dio.
Com’è cambiato da quel 16 dicembre?
Sono sempre stato un ottimista, ho sempre vissuto alla giornata e da allora lo sono ancora di più. Ma mi impegno al massimo in ogni cosa, come se fosse l’ultima. Ho imparato a dare un peso più importante alla vita da un punto di vista dell’impegno e a prenderla con più leggerezza.
Ci si libera dall’incubo di quei momenti?
A me capita di rivivere la sensazione che è l’ultimo istante della vita, come in quei momenti, alla vigilia di eventi importanti, di notte, quando all’improvviso mi viene il fiato corto. Ma la cosa più importante che mi ha lasciato questa avventura è la certezza che bisogna dare il massimo sempre. Io in mare ho lottato talmente tanto che se fossi morto non me ne sarei accorto.
Le fa paura adesso il mare?
Non mi faceva paura prima e neanche ora. Continuo ad andare a pesca in barca.
Ha rivisto i suoi soccorritori?
Con Nicola Cervetti e Ivano Di Porto ci sentiamo due tre volte all’anno. Ma ogni 16 dicembre gli scrivo e gli mando un pensiero, un pandoro o un panettone.
Cosa vuol dire ad Amodio?
Gli faccio i migliori auguri e spero che non abbandoni la pesca che immagino sia per lui, oltre a un lavoro, una grande passione. Bisogna fare sempre quello che ci piace. (s.d.l.)