Fascicoli processuali bruciati: dopo la madre, arrestato il figlio

Michele Gruosso era ricercato dallo scorso 6 luglio: è incappato nei controlli della polizia stradale I giudici aquilani hanno disposto i domiciliari per evitare un possibile inquinamento delle prove
PESCARA. Il blitz negli uffici della Corte d’Appello dell’Aquila del 14 giugno scorso fa scattare l’arresto anche per Michele Gruosso, il figlio di Daniela Lo Russo, la donna che il 23 giugno scorso era finita in carcere per aver sottratto e poi distrutto due faldoni processuali che la riguardavano.
Gruosso è stato arrestato ieri dagli uomini della polizia stradale che lo avevano fermato per un normale controllo, riscontrando che era alla guida dell’auto senza patente, perché gli era stata revocata. Ma approfondendo i controlli, gli agenti si sono resi conto che sulla testa dell’uomo pendeva una misura cautelare di arresti domiciliari emessa dalla Corte d’Appello dell'Aquila. Singolare il fatto che l’ordinanza, firmata il 6 luglio scorso, non fosse stata ancora eseguita.
I fatti riguardano sempre il furto e la distruzione di quelle carte processuali che madre e figlio riuscirono a far uscire incredibilmente dalla cancelleria dopo aver chiesto e ottenuto di visionare il fascicolo processuale. Daniela Lo Russo, nota alle cronache anche con il nome di Lady Coumadin, condannata a Pescara in primo grado a 13 anni e 8 mesi di reclusione per il tentato omicidio del suo secondo marito (cui vennero somministrate massicce dosi di Coumadin, farmaco anticoagulante), stava esercitando un suo diritto nel visionare quei fascicoli in vista del processo di appello dove figura anche il figlio, condannato a 12 anni e 8 mesi di reclusione. E nessuno avrebbe mai potuto immaginare che, con la complicità dello stesso figlio, la donna facesse sparire due faldoni per poi bruciarli nelle campagne di Capestrano. I giudici aquilani, che dovranno giudicare i due in secondo grado, si sono quindi preoccupati di un possibile, ulteriore, inquinamento delle prove e hanno deciso di arrestare anche il figlio, risparmiato dal gip aquilano che aveva firmato l'arresto in carcere solo per la madre. Era stato il comportamento collaborativo di Gruosso a far desistere il gip dall'arrestarlo, in quanto aveva subito ammesso tutto, facendo rintracciare i faldoni ormai distrutti e i supporti informatici che aveva invece rotto e gettato in un cassonetto sotto casa sua a Montesilvano.
Ma i giudici della Corte d’Appello hanno voluto salvaguardare fino in fondo il prossimo giudizio di appello. «Occorre considerare», scrivono nell'ordinanza che riguardava anche la Lo Russo che però è già in carcere per la precedente misura adottata dal gip, «che allo stato, buona parte degli atti e documenti processuali è andata distrutta e l’ufficio sta provvedendo alla ricostruzione del fascicolo processuale e non può escludersi la necessità di procedere, nel corso del giudizio di appello, alla rinnovazione dell’istruzione dibattimentale».
Ed è per questo motivo che hanno deciso di porre ai domiciliari, con il braccialetto elettronico, anche Gruosso. «È del tutto evidente», aggiungono i giudici, «la necessità di salvaguardare da ulteriori attentati alla genuinità della prova il procedimento di ricostruzione degli atti processuali distrutti nonché l’eventuale fase di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale, avendo gli imputati manifestato una pervicace determinazione ad alterare il quadro probatorio consolidato nel corso del giudizio di primo grado». Ma chi ha seguito le fasi del processo di primo grado ormai non si stupisce più delle diaboliche iniziative di Lo Russo che attualmente è sotto inchiesta anche a Campobasso per fatti legati sempre allo stesso processo.
In una delle tante invenzioni per rinviare la sua deposizione davanti ai giudici (incidenti casalinghi, incidenti stradali, che si verificavano sempre il giorno dell’udienza), la donna sarebbe arrivata anche a posizionare cinque falsi pacchi bomba davanti ai palazzi delle istituzioni (fra cui tribunale, caserma dei carabinieri, camera di commercio, Asl), senza risparmiare il portone dell’abitazione del pm che stava sostenendo l’accusa nei suoi confronti, Rosangela Di Stefano. In tutti i pacchi vi era, infatti, un biglietto di minacce nei confronti del magistrato cui venne affidata la scorta. Ma il blitz alla Corte d'Appello supera tutte le altre performance di questa imprevedibile donna.
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