Fattiboni, caso risolto: c’è il corpo La figlia: grazie a chi ci ha aiutato

La famiglia resta in attesa del riconoscimento dei resti attraverso gli oggetti personali del congiunto Ed esprime gratitudine ai soccorritori, forze dell’ordine e istituzioni pescaresi e al turista romano
PESCARA. Vorrebbe dire «grazie» all’uomo «che ha trovato mio padre» nel fitto della boscaglia dell’Orfento, domenica scorsa.
Francesca Fattiboni vorrebbe incontrare e ringraziare l’escursionista romano che casualmente, dopo aver perso il sentiero maestro, si è imbattuto nei resti dilaniati di Carlo Rodrigo Fattiboni, adagiati su uno sperone roccioso vicino al ponte di San Benedetto, ad una cinquantina di minuti a piedi dalla contrada Decontra. È stato il turista, in gita con la famiglia a Caramanico, a lanciare l’allarme ai carabinieri. Prima col telefonino ma nella zona non c’è campo, poi presentandosi in caserma dopo aver appreso del caso dai manifesti affissi in paese dai Fattiboni.
Francesca con la mamma Lilly, e la sorella Ines, è a Pescara in questi giorni, in attesa, di quel momento che sarà straziante: il riconoscimento degli effetti personali trovati vicino a quel che resta del pensionato di Brugherio. Sarà l’orologio col cinturino nero, le scarpe da ginnastica verde e giallo fluorescenti, il pantalone scuro, che indossava il giorno della sparizione, a ufficializzare ciò che il cuore già sa, e cioè che quei resti sono quelli di Carlo Rodrigo Fattiboni. Le parti del cadavere (ridotto a scheletro dalla lunga permanenza all’aperto e forse oltraggiato dagli animali selvatici) dell’escursionista scomparso 9 mesi fa, sono state trasferite, su disposizione dell’autorità giudiziaria, all’obitorio dell’ospedale di Pescara con un elicottero dei vigili del fuoco.
Il sostituto procuratore Andrea Di Giovanni, a cui è affidato il caso, incaricherà un esperto per l’accertamento delle cause della morte di Fattiboni attraverso l’esame dei resti ossei.
Concluso l’iter burocratico che ufficializzerà il riconoscimento del cadavere, la famiglia Fattiboni potrà tornare a casa, a Milano, a cercare una tomba su cui poggiare un fiore per poter piangere il congiunto lontano dai riflettori.
«Nella disperazione siamo sollevati, sereni, confortati per averlo ritrovato», dichiara Francesca Fattiboni, stremata come la madre e la sorella da un silenzio lungo nove mesi. Cerca le parole con calma e prosegue: «Ora non viviamo più nell’incertezza» anche se talvolta le certezze sono un inferno peggiore dei dubbi «forse domani (oggi) verremo chiamati al rito del riconoscimento, ma non sappiamo ancora nulla ufficialmente. Nel frattempo vorremmo dire grazie all’escursionista che ha trovato mio padre, alle squadre dei soccorritori che lo hanno cercato in questi mesi, al prefetto, alle autorità istituzionali e militari che sono restate sempre al nostro fianco». Ora è tempo di voltare pagina. Per la famiglia Fattiboni inizia un altro capitolo. Ma Caramanico non sarà dimenticata: «Torneremo nei luoghi che papà ci ha insegnato ad amare». Carlo Fattiboni, ci è morto tra i monti che amava e nei quali si avventurato, per non fare più ritorno a casa, il 3 settembre 2018. Alle 16.55 di quel giorno uscì dalla pensione Vincenzella, dove alloggiava con la famiglia per fare le terapie alle terme (quando ancora erano in funzione). Aveva con sè il bastone nuovo da nordic walking che non è stato, però, ritrovato.
Cosa può essere accaduto a papà Fattiboni? «È uscito fuori sentiero, è arrivato in alto, non ha più ritrovato la strada, si è perso o avuto un malore» sono le mille ipotesi della figlia Francesca che attenderà gli esiti dello speciale esame sui resti ossei che indicherà le cause reali del decesso. Ora per i familiari è tempo di elaborare il lutto, finora «non siamo riusciti neppure a pensare», sospesi «tra dolore e speranza».
Con i vigili del fuoco, carabinieri, unità cinofile specializzate nella ricerca di cadaveri, c’erano anche i volontari della squadra messa in piedi da Alessia Natali che con le sorelle Fattiboni e il carabiniere forestale Gisella Orsini, in queste settimane ha scandagliato la Valle dell’Orfento alla ricerca di Fattiboni.Secondo una sommaria ricostruzione sommaria, l’uomo avrebbe attraversato il ponte di San Benedetto che attraversa l’Orfento e che scende a Decontra verso il rifugio La Cesa. Poi, l’arrampicata su un ripido costone dove è stata trovata una scarpa. Sul punto più alto, la morte. E i suoi resti, trovati qui e là.

