Fedele, 80 anni di corsa «Muratore e commesso, poi le carni e il calcio»

28 Agosto 2022

Con i fratelli Aldo e Davide, Franco riportò il Pescara in serie A nel ’92 E oggi dice: «Lavoro da quando ho 15 anni. La mia forza? La famiglia»

PESCARA. Franco Fedele ha fatto il muratore, il venditore ambulante di borse e scarpe, il commesso in boutique e l’emigrante a Milano, in una ditta di ricambi per moto. Ma questo nei suoi primi 25 anni. Poi, con i fratelli Aldo e Davide ha fondato l’azienda di lavorazione delle carni (Ilca) che tuttora porta avanti con i figli e i nipoti, rifornendo grossisti, supermercati, mense aziendali e macellerie anche fuori regione. E sempre con i fratelli si è regalato un sogno: diventare presidente del Pescara e portare la squadra in serie A, campionato ’91-’92. «Siamo sempre stati tifosi», racconta, «tifosi veri, seguivamo la squadra in trasferta e allo stadio stavamo in curva nord. Quando il sindaco Piscione, nel 1989, ci chiese di dare una mano alla società, ci fu poco da riflettere, abbiamo detto subito sì».
Lo scorso 7 giugno ha compiuto 80 anni, e proprio ieri ha festeggiato con sua moglie Piera Valentini 55 anni di matrimonio con tre figli - Lara, Mario e Ivan - e quattro nipoti, Lorenzo, Yari, Irene e Asia. Una vita di lavoro e soddisfazioni. Ma se lo ricorda il primo stipendio?
«Sì certo. Avevo 15 anni, il mio primo stipendio l’ho guadagnato come muratore: 29mila lire. Mi ricordo che per arrivare a casa ho camminato sempre con la mano in tasca per paura di perdere le banconote, allora le diecimila lire erano molto grosse».
E cosa fece con quei primi soldi?
«Li diedi a mio padre Mario».
Si ricorda quel momento?
«Mi ricordo una soddisfazione pazzesca, papà rimase di stucco. È morto dopo cinque mesi».
Che lavoro faceva suo padre?
«L’autista, è morto a 42 anni quando io avevo 15 anni, mio fratello Aldo due meno di me e Davide aveva cinque anni».
Per questo ha iniziato a lavorare così presto?
«Sì, ho iniziato già cinque-sei mesi prima che papà morisse, quando prese a stare male. Facevo il primo Industriale e lasciai la scuola».
Le è pesato?
«Sì, non sono stati tempi belli. Ma c’era la famiglia da sostenere. Così dopo la morte di papà andai a Milano, e con l’appoggio di un fratello di papà che era lì, entrai a lavorare in un negozio di ricambi per moto. Ci sono rimasto due anni e mezzo, fino a poco prima dei 18 anni. Dopo un annetto mi raggiunse anche mio fratello Aldo».
Erano gli anni ’60, Milano offriva tante opportunità.
«È vero, lì stavo benissimo, ma volevo tornare perché mia madre e Davide, il piccolo, stavano a Pescara. E sia io che Aldo tornammo».
E poi?
«Mi sono messo a fare l’ambulante nei mercati, vendevo scarpe e borse da donna. Poi feci un colloquio da Sideri, con il signor Giovanni. C’erano lui e il fratello Mario. Andò bene».
Si ricorda quel colloquio?
«No, forse però videro la mia volontà, mi presero che avevo 18 anni, rimasi lì per circa tre anni, nel reparto camiceria».
Che anni erano?
«Anni bellissimi, a cavallo tra i ’50 e i ’60. Sideri, in corso Umberto, era una delle boutique più belle di tutto il centro sud, veniva tanta gente anche da fuori. Foggia, Ancona: erano gli anni in cui Pescara era molto ben frequentata. È stata un’esperienza molto bella. Da Sideri passai al negozio di borse a fianco, Settebello, di Roberto Mataloni».
Come mai?
«Ebbi quest’offerta, allora io cercavo di prendere le offerte più vantaggiose e andai. Per questo dopo ho fatto anche il rappresentante di borse, per 7-8 mesi».
E dalle borse alla carne come ci è finito?
«Con la macelleria cominciò Davide che era un ragazzino. A 14, 15 anni andò a imparare il mestiere in una macelleria in via Benedetto Croce. Poi lo seguì Aldo, che iniziò a fare il rappresentante di carne, e poi arrivai io. In famiglia serviva uno stipendio sicuro, che era il mio. Lo lasciai quando fu il momento, a 27- 28 anni».
Chi ebbe l’intuizione che quello era il filone giusto?
«Aldo. Fu lui a capire che quello era un campo nuovo, in cui si poteva fare qualcosa. E ha avuto ragione. All’inizio io e lui facevamo i rappresentanti. Allora non c’erano i supermercati, giravamo le macellerie dei paesi di tutto l’Abruzzo. Poi cominciammo a mettere qualche rappresentante nostro, come fratelli Fedele, era l’inizio degli anni Settanta».
Lei aveva poco meno di 30 anni, si era già sposato con la signora Piera?
«Sì sì. Nel 1967, 55 anni fa».
Dove vi siete conosciuti?
«Da Sideri, lavorava anche lei lì. Ci fidanzammo che aveva 18 anni e io 20. Quando passai a Settebello venne anche lei dopo poco. Cinque anni di fidanzamento e ci siamo sposati».
Dove?
«Chiesa di Sant’Andrea, era la sua parrocchia, abitava in via Palermo».
E lei invece?
«Con papà e mamma abbiamo abitato a San Donato, poi ci trasferimmo in via D’Avalos».
Torniamo al lavoro, quand’è che nasce l’azienda?
«Nel 1983. Da rappresentanti, come fratelli Fedele lavoravamo per i grossisti o i macellatori. Nell’83 abbiamo iniziato a fare da noi, a lavorare noi la carne nel nostro stabilimento».
Ed è andata bene. Qual è stata la vostra forza?
«Eravamo tre, ma un’unica anima. Nell’83, quando diventiamo Ilca, a noi tre si aggiunse un socio, Umberto D’Attilio che per noi diventò un quarto fratello. Il nostro stabilimento, per come era strutturato, era una novità per tutto il centro sud».
E il Pescara? Una vita improntata sul lavoro: chi vi ha fatto avvicinare al calcio? Siete rimasti in società per tre stagioni.
«Era la stagione ’89-’90, ci chiamò il sindaco Nevio Piscione, chiedendoci di dare una mano alla squadra e all’allora presidente Pietro Scibilia. Noi eravamo grossi tifosi, fu proprio una decisione di cuore. Con noi entrò anche Alberto Di Lena, e l’anno dopo sia lui che Scibilia uscirono».
Chi c’era?
«Iniziammo che l’allenatore era Edy Reja, un signore. Poi venne Mazzone».
Che ricordo ha di Mazzone?
«Dette le dimissioni alla decima giornata, era in contrasto con la tifoseria, con la stampa. Ma conservo il ricordo di una grande persona, molto seria».
E dopo di lui?
«Chiamammo Galeone».
Come andò?
«Appena diede le dimissioni Mazzone, decidemmo di richiamare Galeone, con noi c’era anche Umberto D’Attilio. Sapevamo che Galeone era a casa di Gino Pilota e andammo là».
Come andò l’incontro?
«Abbastanza cordiale. Poi con Galeone facemmo due stagioni bellissime. C’erano Allegri, Massara, Bivi, Camplone, Pagano, Gelsi, Righetti. Con molti di loro ci sentiamo ancora».
Un aneddoto di Allegri?
«La verità è che non dovevamo prenderlo. Eravamo in trattativa per Massara, a Pavia, quando la presidentessa Achilli ci disse “prendete pure quest’altro ragazzo perché è forte”. E prendemmo anche Allegri».
Com’era?
«In campo era bravo, fuori qualche richiamo lo prese, ma sempre rimanendo nei limiti».
E Scibilia?
«Con noi è sempre stato corretto. Una persona un po’ taciturna, ma l’abbiamo coinvolto in parecchie occasioni anche dopo che era uscito. C’era grande entusiasmo, tanti nuovi club di tifosi».
Avevate qualche rito scaramantico?
«Uno sì. Le cene del giovedì a casa alla Pineta. C’erano sempre una ventina di persone, tra amici, tifosi: dopo quelle cene andava sempre bene».
E alla terza stagione, campionato ’91-’92, arrivò la promozione in serie A e voi vi siete dimessi. Perché?
«Una volta andati in A avevamo svolto il nostro compito, la nostra azienda non poteva competere in serie A. Avevamo portato a termine la nostra missione».
Si ricorda il giorno delle dimissioni?
«Non fu una cosa molto facile, ma aver contribuito a portare la squadra in serie A era un motivo di orgoglio. E poi ho continuato ad andare allo stadio, in trasferta, eravamo sempre lo stesso gruppetto».
Tre fratelli, una sola anima, ha detto. Come ha vissuto la morte di suo fratello Davide, dieci anni fa?
«Una cosa brutta. Davide è il più piccolo. Aldo e io gli abbiamo fatto da genitori. Tuttora lo consideriamo in mezzo a noi».
I figli di Davide, Christian e Stefano, nel loro locale di piazza Salotto lo scorso aprile hanno vissuto il dramma di Yelfry, il cuoco ferito da un cliente con la pistola. Come l’avete gestita in famiglia?
«Siamo stati sempre vicini ai miei nipoti. Stiamo insieme dalla mattina alla sera, quello che capita a uno capita a tutti. La nostra famiglia è fatta così. La morte di mio padre ci ha cementato. Ma l’unione della nostra famiglia è opera di mamma».
Come si chiamava?
«Pasqualina. Era del ’18, è morta a 97 anni. Una donna fantastica».
Ma c’è stata mai qualche lite grossa tra lei e i suoi fratelli?
«Liti mai, qualche discussione: discutiamo stasera e domattina non ce lo ricordiamo».
Ha detto del primo stipendio. E la prima macchina?
«La Fiat 500, comprata a rate quando avevo vent’anni. Prima avevo la Vespa. Ci andavamo in quattro».
In tutti questi anni ha conosciuto bene Pescara. Com’è?
«Credo che un’altra città come Pescara non esista. Offre veramente tanto, anche se rimpiango i tempi di Sideri, quando ci si divertiva con molto meno e c’era un altro spessore».
Divertimenti dove?
«Ricordo il bar Roma, il bar Tempera, il biliardo in fondo a via Sulmona».
Avrà avuto anche tante corteggiatrici.
«Lasciamo perdere».
E allora parliamo di questi 80 anni. Lavora ancora?
«Continuo ad alzarmi alle 4,45. Intorno alle sei e un quarto sono in azienda».
D’estate e d’inverno?
«Sì, che differenza c’è? Il lavoro mi piace».
Ha avuto una bella vita. Ce l’ha un rimpianto?
«No, è andata bene com’è andata. L’importante è che si continui. Ora ci sono i figli, i nipoti, va bene così».
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