Ferrari, dalla Cina a Pretoro «Io, chef rincorso dal virus»

2 Novembre 2020

È rientrato da Shanghai dove ha 4 ristoranti per aprirne uno nella sua regione «Ma i divieti ora scattano qui mentre nella metropoli orientale non ci sono più»

PRETORO. La prossima volta che tornerà dall’Oriente, promette che porterà con sé un vaso ding - anche una riproduzione in miniatura andrebbe bene - che la cultura cinese associa al potere e al dominio sulla terra, segno della legittima autorità dell’uomo su tutto il regno. Ma giusto così, eh, solo a titolo scaramantico: una sorta di amuleto che protegga dal male del coronavirus. L’importante è disfarsi, e in fretta, del vaso di Pandora che la mitologia greca, molto più vicina a noi, associa al contenitore di tutti i mali che affliggono l’uomo, tra i quali la malattia, e che si riversano sul mondo dopo che è stato scoperchiato.
LA PRIMA PAURA. Bruno Ferrari e il Covid-19: lo chef di Guardiagrele titolare di 4 ristoranti a Shanghai, in Cina, e il virus che si annida nei polmoni degli uomini e che si riverbera tra le più svariate attività economiche. Lo scorso marzo Ferrari era nella metropoli cinese (29 milioni di abitanti) quando fu costretto a chiudere i suoi locali, tra i quali la punta di diamante “Parco della Maiella”, per 45 giorni: colpa del virus che andava confinato e debellato. Dopo sei mesi ha aperto un ristorante qui in Abruzzo, a Pretoro, ed è come se nulla fosse cambiato: altre restrizioni, nuove regole, il semibuio “oltre la siepe”, per dirla alla Harper Lee. Insomma, il virus c’era, il virus c’è e la battaglia continua. E poco contano i quasi 9mila chilometri che in linea d’aria separano il territorio chietino da quello di Shanghai: si lottava lì, si lotta qui.
L’IDEA. Alla domanda “Ma chi te lo ha fatto fare ad aprire in Abruzzo?”, Ferrari, 39 anni, risponde così: «Anche se in Cina sono un business man, nelle mie vene scorre sempre il sangue dello chef. Anni fa avevo avviato il ristorante Parco della Maiella a Guardiagrele, ma con poca esperienza gestionale. Poi l’avventura cinese e adesso questa di Pretoro col “Bruno Ferrari Ristorante”: è stata una sorta di ritorno alle radici per la voglia di fare qualcosa nella mia terra insieme con mia sorella Pamela”. A Shanghai, Ferrari, primo e unico ristoratore abruzzese, aveva aperto il “Parco della Maiella” – oggi per la prima volta nella guida Michelin - a settembre 2019 ma a fine dicembre era già scattata la chiusura con il lockdown. A Pretoro, invece, ha tenuto il locale aperto per due settimane, di sera e con numeri limitati, ma con il nuovo decreto «abbiamo chiuso proprio perché lavoravamo solo di sera. Di bello però c’è che molti clienti vogliono venire a pranzo e quindi ci siamo adeguati cambiando gli orari apertura».
IL VIRUS SCOMPARSO. E in Cina che cosa succede sul fronte del virus, visto che non si è saputo più nulla? «Sono in contatto tutti i giorni con i collaboratori per controllare i miei ristoranti», spiega Ferrari, «e già si mangia senza più mascherina: i clienti al 50% si spostano senza protezioni, poi se uno vuole sentirsi più sicuro si premunisce lo stesso. Ecco, diciamo che il Covid-19 lì è quasi del tutto scomparso. Il pugno di ferro delle autorità ha funzionato, nonostante le lamentele, ma il problema è stato risolto. Sono stati mesi difficili e quando non sei nel tuo Paese le cose si fanno in salita: nessun aiuto da parte del governo per le attività economiche se non il calo delle tasse per le fatturazioni dal 3 all’1% e la sospensione temporanea dei contributi da versare per i dipendenti».
LA SFIDA. Ora questa nuova avventura sul versante orientale della Maiella, incarnando un po’ il don Chisciotte di Cervantes che non si ferma davanti a nulla, il Brutto anatroccolo di Andersen che non si abbatte di fronte ai problemi e l’Ulisse di Omero per questa sorta di viaggio da un confine all’altro del mondo. «Quando ai cinesi ho detto che volevo aprire un ristorante qui», riprende Bruno Ferrari, «mi dissero di non farlo perché in Italia le tasse sono alte e la crisi economica morde. Ho risposto che se tutti la pensano come loro, l’Italia è un paese destinato alla chiusura immediata. Per questo motivo sono ancora più vicino alla nostra economia locale: compro prodotti da piccoli coltivatori e allevatori per preservare tradizioni e reddito e per una cucina abruzzese che abbia un tocco moderno e con una piccola influenza asiatica». Influenza? No, dai. Ma nel contesto culinario e nei menù, il Codiv-19 questa volta non c’entra.
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