Finiti i fondi per il Superbonus, appello per salvare 30mila posti

Dai cantieri per la ricostruzione dell’Aquila e di Teramo parte la richiesta di proroga al governo L’Ance: ristrutturazioni a rischio stop e possibili contenziosi se le banche non daranno più crediti
Il Superbonus potrebbe trasformarsi in un boomerang per le imprese edili. Il blocco della cessione dei crediti, quantificato in 2,6 miliardi, mette a rischio fallimento ben 33mila ditte di costruzioni con la possibile perdita di oltre 150mila posti di lavoro in Italia. In Abruzzo, con la ricostruzione post-sisma in atto sui due versanti dell’Aquila e Teramo, sono 30mila gli operai in più, rispetto agli anni precedenti, impegnati nei cantieri e assunti grazie al Superbonus. Strumento che, secondo una ricerca del Cresme commissionata dalla Camera dei deputati, produce un effetto moltiplicatore del 3,7% quanto a Iva, tasse e occupazione. Insomma, se lo Stato da un lato spende per finanziare la ristrutturazione di case e condomìni, dall’altro incassa almeno tre volte tanto facendo salire il Pil. Ma il problema è serio: l’Ance parla di «possibili contenziosi» tra ditte e proprietari degli immobili se le banche bloccheranno i crediti per mancanza di fondi. Tutto potrebbe finire nelle aule dei tribunali, con tempi lunghi e rischio di default per le imprese.
IMPRESE IN CRISI I contratti sono stati firmati, i cantieri aperti. Ma a metà dell’opera, i finanziamenti potrebbero non arrivare visto che il budget è stato sforato. Solo quest’anno il Superbonus ha creato un giro d’affari di 33 miliardi e mezzo di euro, che secondo le stime, arriveranno a 50 miliardi entro dicembre prossimo. La stessa cifra dovrebbe essere impegnata anche nel 2023. È proprio su questi numeri che fa leva l’Ance, che si è mosso sia a livello nazionale che locale, per sollecitare lo sblocco dei fondi. «Se le banche non concederanno più credito, le ditte chiederanno il saldo ai proprietari degli immobili, con conseguenti contenziosi che si trascineranno per anni mettendo a rischio le imprese, impossibilitate nel frattempo ad incassare il dovuto per i lavori», il monito dell’Associazione costruttori, che invoca la tutela dello Stato, «che non può fare marcia indietro».
QUADRO ABRUZZO Con la ricostruzione post-sisma all’Aquila e nel Teramano, il Superbonus ha un peso ancora maggiore, se possibile. L’Ance indica in 30mila operai la manodopera aggiuntiva legata alla fruizione del bonus al 110%. Posti di lavoro che traballano, visto il quadro economico che si va delineando. La proposta dell’Associazione costruttori va nella direzione di un tetto massimo annuale di 15 miliardi di euro di finanziamenti, su scala nazionale, per un decennio, che consentirebbe allo Stato di calmierare i fondi e incrementare di 3,5 punti percentuali il Pil ogni anno. Una boccata d’ossigeno importante anche per l’edilizia che, con 80 attività legate all’indotto e migliaia di cantieri aperti, grazie al Superbonus e alla ricostruzione sisma 2009 e Centro-Italia, rappresenta uno dei comparti di traino dell’economia regionale.
ALLARME ABI La preoccupazione che le banche chiudano i rubinetti è concreta. «L’instabilità del quadro normativo, unitamente al massiccio ricorso al meccanismo della cessione del credito da parte delle famiglie e delle imprese», spiega l’Abi, l’Associazione bancari nazionale, «ha generato per banche e intermediari finanziari un’attenta valutazione della sostenibilità di tali operazioni in termini di capienza fiscale propria di tali soggetti. In particolare si è determinato un progressivo esaurimento della capienza fiscale, cioè delle imposte e dei contributi da versare all’Erario da parte delle banche». In altre parole, gli istituti di credito hanno frenato sulla concessione dei finanziamenti legati al Superbonus. «La continua sovrapposizione normativa non giova al mercato che, invece, necessita di regole certe e stabili», avverte l’Abi.
ZERO EMISSIONI Il Superbonus si lega a un secondo obiettivo: la Commissione europea ha proposto che, a partire dal 2030, tutti i nuovi edifici siano a emissioni zero. Per il settore pubblico già a partire dal 2027. Ciò significa che le strutture devono consumare poca energia, essere alimentate il più possibile da fonti rinnovabili e non devono produrre emissioni da combustibili fossili. Il loro attestato di prestazione energetica deve indicare il potenziale contributo al riscaldamento globale sulla base delle emissioni dell’intero ciclo di vita. Il tessuto del costruito ha la necessità di essere rigenerato e allineato alle linee guida per il risparmio energetico da attuare entro il 2030. Ancora più marcato il discorso sulla sicurezza, che impone la ristrutturazione e l’adeguamento degli edifici, in particolare nelle zone ad alto rischio sismico. E il Superbonus, conclude l’Ance, «potrebbe fare la differenza».

