Finti pacchi bomba: l’indagata nei guai per un fanale rotto

10 Ottobre 2020

La notte in cui vennero posizionati i 5 falsi ordigni in città i monitor ripresero un’auto come quella di Daniela Lo Russo

PESCARA. Anche se l'inchiesta sui falsi pacchi bomba che il 9 settembre scorso vennero trovati davanti a cinque palazzi simbolo di altrettante istituzioni come tribunale, caserma dei carabinieri, Asl, Camera di commercio e addirittura di fronte all'abitazione del magistrato Rosangela Di Stefano, è nelle mani del pm di Campobasso, Elisa Sabusco, Pescara torna a occuparsi dell'unica indagata per quella folle giornata che per qualche ora bloccò parte della città: Daniela Lo Russo, originaria di Manfredonia, ma a Pescara da anni, nota alle cronache come "Lady Coumadin", in quanto attualmente sotto processo insieme al figlio per aver tentato di uccidere il suo secondo marito, somministrandogli dosi massicce di un farmaco anticoagulante, il Coumadin appunto.
L'8 ottobre scorso, infatti, i giudici del riesame di Pescara si sono dovuti occupare del ricorso presentato dai suoi legali, Gianluca Travaglini e Franco Abrezzese, che sostengono la nullità di quel sequestro che il 9 mattina fece seguito alla perquisizione che gli investigatori della polizia disposero immediatamente a casa e all'ufficio della donna, ritenendola la principale sospettata di quelle consegne di pacchi che avevano tutti attaccato un volantino di minacce nei confronti del pm Di Stefano che sostiene l'accusa nel processo per tentato omicidio che riguarda proprio la Lo Russo.
Anzi, le perquisizioni furono per la precisione due: una al mattino, con la quale gli uomini del dirigente Dante Cosentino portarono via alcuni computer e un paio di scarpe, una nel pomeriggio dello stesso giorno che servì per prelevare l'Alfa Romeo 159 grigia antracite della donna (poi la polizia tornò anche una terza volta, ma su disposizione di Campobasso per sequestrare i due telefonini cellulari della Lo Russo). L'udienza al tribunale del riesame non è stata conclusa per questioni tecniche (i difensori hanno chiesto termini perché la procura ha depositato soltanto in udienza le pec di trasmissione degli atti a Campobasso, competente quando è coinvolto in qualsiasi modo un magistrato) e verrà riproposta il prossimo 15 ottobre. Ma i legali hanno già prospettato la loro tesi con la quale chiedono la nullità di quel sequestro. Fra le cose che la polizia portò via, sono due gli elementi che potrebbero diventare delle prove pesanti contro la donna: le scarpe e l'autovettura, il cui sequestro non è mai stato reso noto dagli investigatori. L'Alfa 159 presenta infatti il faro destro rotto e una macchina identica, con lo stesso faro rotto, gli investigatori l'hanno estrapolata dalle immagini delle telecamere presenti nelle zone interessate, mentre transitava in orari compatibili con il deposito dei vari pacchi bomba. E poi ci sono le scarpe. Anche queste potrebbero diventare di estrema importanza quale prova dell'eventuale coinvolgimento della donna nella vicenda, in relazione sempre alle immagini che gli inquirenti hanno acquisito dalle telecamere di sorveglianze degli obiettivi della "bombarola", tribunale compreso. Immagini nelle quali viene raffigurata una donna coperta dalla testa ai piedi con una sorta di burqa, con occhiali e mascherina chirurgica, con dei pacchi identici a quelli depositati, che fortunatamente non contenevano esplosivo, come accertarono gli artificieri. Ebbene, le scarpe, che nelle immagini si vedono piuttosto bene, potrebbero diventare un altro punto di forza della procura di Campobasso, in quanto facilmente identificabili. I legali della donna hanno già chiesto alla procura molisana di acquisire le copie di quei filmati, ma nel frattempo cercano di rendere nullo quel sequestro che potrebbe compromettere la posizione della loro assistita. E questo perché la difesa, in base ad alcune sentenze della Cassazione, sostiene che quelle perquisizioni, eseguite sulla scorta di un mero sospetto che la donna potesse nascondere materiale esplosivo o armi, sarebbero state un atto arbitrario: era necessario che gli investigatori avessero agli atti almeno una notizia di reato, anche in forma anonima.
Intanto Daniela Lo Russo, che la mattina che vennero scoperti i pacchi bomba, era attesa in tribunale per il processo che la riguardava (dove non si presentò perché si fece ricoverare in ospedale per un malore), resta al momento l'unica indagata per procurato allarme, interruzione di pubblico servizio, tentata violenza privata, diffamazione e minacce aggravate nei confronti del magistrato.
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