Folla per Di Benedetto avvocato galantuomo

6 Gennaio 2016

I figli: non odiava nessuno, neanche i pm che lo accusarono

PESCARA. «Nostro padre era un galantuomo e ci ha insegnato a non odiare mai nessuno. Malgrado le vicende giudiziarie che lo hanno travolto, non ha mai avuto parole di recriminazione contro i magistrati che lo hanno accusato ed è uscito da quella brutta vicenda a testa alta e pulito». Parlano col sorriso limpido sulla bocca, Riccardo e Renato Di Benedetto, durante i funerali del padre Fernando Di Benedetto, nella chiesa dei Gesuiti ai Colli.

Una folla di circa 50 persone, tra cui politici della vecchia Democrazia cristiana, dipendenti Asl, amici di famiglia, ha accolto la bara di mogano chiaro ricoperta da un fascio di rose e margherite bianche. Distrutta dal dolore la moglie Silvana Pastore, sorella del senatore Andrea, che abbracciava i figli (l'altro è Marco), la nuora Valeria, avvocato e figlia del radiologo Paolo Toppetti, 4 dei 9 nipotini, Fernando, Paolo, Maria e Gabriele. L'avvocato amministrativista è stato stroncato da una lunga malattia all'età di 76 anni. Il suo nome è legato ai grandi processi sull'edilizia e quanti lo hanno incrociato sul cammino della vita, lo ricordano come un «uomo onesto e integerrimo» che ha saputo affrontare gli scandali (processo Rai, 1993) e gli arresti, con grande dignità. La salma è stata tumulata a Caramanico, paese natale dei Pastore, che Di Benedetto amava moltissimo e dove l'ex assessore all'edilizia di Pescara e presidente Asl era solito passeggiare insieme al parroco, monsignor Giuseppe Liberatoscioli, che ha officiato il rito funebre: «Ci legava una amicizia trentennale, insieme abbiamo superato quei momenti della vita che ci fanno barcollare nel buio. Il suo cuore era limpido e ai suoi figli ha insegnato il rispetto delle leggi. Aveva una struttura morale altissima, riservato e di fede cattolica genuina».

Don Giuseppe, da oggi parroco di Orsogna, sorride al ricordo «di quel ricorso al Tar di Fernando, in difesa delle campane della chiesa di Guardiagrele». Don Alfonso Genovese, fino all'ultima sera, gli ha portato, nella casa di Colle Marino, l'ostia consacrata per la comunione: «Ogni mese ci riunivamo con un gruppo di coppie e l'avvocato, col suo eloquio, mediava disquisizioni su matrimoni e famiglia». Raffaele Delfino, con la voce rotta dall'emozione, non cela un certo rancore e parla usando il verbo al presente: «Lui è una vittima di alcuni magistrati. Siamo stati arrestati, processati insieme e poi assolti in tutti i gradi di giudizio. Io ho devoluto a dieci parrocchie pescaresi il rimborso per ingiusta detenzione, ma sono qui e lui non ha retto a tanta ingiustizia. Se potessi gli direi: “Sii orgoglioso dei tuoi figli"». Marino Roselli torna indietro con la mente, «a quando ero assessore all'urbanistica al Comune di Spoltore e la sua esperienza nel settore mi ha accompagnato con tanti buoni consigli. Non era un difensore del mattone, semplicemente si è trovato a gestire una Pescara priva di pianificazione urbanistica, ma ha avuto il coraggio di fare scelte che hanno rilanciato la città. Era lui, con la sua grande umanità, l'ultimo democristiano doc».

Aggiunge l'ingegner Carlo Galimberti: «Ha dato la giusta intepretazione alle norme ed è riuscito a rilanciare Pescara. A me ha insegnato a studiare l'edilizia e l'urbanistica suggerendomi i libri da leggere».

Dal pulpito, l'avvocato Angelo Fingo ricorda gli otto anni «vissuti accanto al maestro che oggi trova pace dopo tanta sofferenza». Non dimentica le cene per la preparazione di campagne elettorali, Vincenzo Del Colle, ex assessore alla sanità, che ricorda il Di Benedetto privato: «Amava scherzare, era una persona gradevole, corretta, preparata, disponibile a livello umano. Dovunque ha operato, ha lasciato impronta della sua onestà».

Il presidente della Regione Luciano D'Alfonso ha lasciato «un pensiero di sentito cordoglio» nel libro delle presenze destinato alla famiglia. Per Andrea Pastore, Di Benedetto era «come un fratello maggiore e nei momenti difficili, anche quando era disperato, era lui a consolare me». Infine, il consigliere regionale Alberto Balducci: «Era il classico politico di un tempo, amato dai cittadini e vicino a chi aveva bisogno».

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