Fondi agricoli bloccati: Regione sconfitta al Tar

Accolti i primi ricorsi di ditte escluse dai finanziamenti europei all’Abruzzo E dalle graduatorie (da rifare) degli ammessi spunta anche un caso particolare
PESCARA. La colpa non è solo della burocrazia dell’Agea, l’Agenzia per le erogazioni all’agricoltura, oppure di cinquanta dipendenti che mancano nella pianta organica negli uffici regionali. Tra le cause che determinano maxi ritardi nei pagamenti dei fondi europei, mettendo in ginocchio 3mila imprese agricole abruzzesi, ci sono errori d’interpretazione delle regole dei bandi. Ma a finire sott’accusa in questo caso non sono gli imprenditori esclusi. La colpa invece è degli stessi uffici del settore agricoltura della Regione dove si decidono gli ammesi ai fondi ed i bocciati.
A scriverlo su due sentenze, le prime di una serie che si annuncia lunga, sono stati i giudici del Tribunale amministrativo dell'Aquila. Le sentenze appena pubblicate danno ragione ai ricorrenti, condannando la Regione a rivedere le graduatorie di due dei numerosi bandi del Piano sociale rurale (Psr). Tra i motivi dei ricorsi accolti dal Tar ce n’è uno in particolare che risulta essere comune a molte imprese escluse.
In sintesi, i funzionari degli uffici dell’Agricoltura hanno depennato (e continuano a farlo) le ditte che dovendo acquistare mezzi agricoli inseriscono, come prevede il bando, tre diversi preventivi senza dimostrare con pezze d'appoggio che i fornitori di quei mezzi sono tra di loro effettivamente concorrenti. Per documenti mancanti come questi, decine di imprese abruzzesi hanno perso il diritto ai finanziamenti europei. È accaduto anche ai due ricorrenti ai quali sono stati negati i fondi per ingrandire l’azienda, non superiori ai 250mila euro, oppure sono stati drasticamente ridotti e quindi negati essendo l’importo sceso sotto il limite minimo di 50mila euro. In entrambi i casi il presidente del Tar L’Aquila, Umberto Realfonzo, e il giudice estensore, Paola Anna Gemma Di Cesare, spiegano però che lo scopo dei tre preventivi è esclusivamente quello «di individuare il prezzo di mercato più congruo», senza che ci sia alcun obbligo «di garantire la segretezza dell'offerta», che invece è condizione essenziale per le gare di appalti pubblici.
Non esiste quindi, per le imprese dei bandi del Psr, il dovere di dimostrare che le ditte interpellate per i preventivi operino in regime di concorrenza.
L'effetto delle due sentenze si abbatte subito sulle graduatorie degli ammessi che dovranno essere sottoposte a modifiche e scorrimento, con un’inevitabile sospensione e ulteriori ritardi. Per di più in arrivo ci sono altre tre sentenze molto simili alle prime, una delle quali riguarda un finanziamento di un milione e 400mila euro. Sta di fatto che i giudici hanno indirettamente dimostrato come anche un’errata interpretazioni nell'applicare le regole del bando può comportare maxi ritardi. Che potrebbero dilatarsi ancora di più se, come pare, la Regione deciderà di andare in appello impugnando le due sentenze sfavorevoli con il rischio, sempre più incombente, di dover peraltro a fine anno restituire i fondi a chi li ha dati all'Abruzzo, cioè all'Europa.
Il Centro è venuto in possesso anche delle due graduatorie finite al vaglio del Tar. Agli elenchi delle imprese agricole escluse – si tratta di decine di aziende – si affianca un altro elenco, quello delle ditte ammesse ai finanziamenti. E scorrendo una graduatoria spunta anche il nome del titolare di un'azienda, parente molto stretto di un dipendente della Regione che lavora nel settore agricoltura ed ha partecipato a determine sui fondi Psr. La domanda del parente agricoltore è stata più fortunata di molte altre: la Regione l’ha accolta.
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