Forte, 50 anni di sacerdozio: «Preghiere, aiuti ai poveri e tanto dialogo con i giovani»

Oggi alle 18.30 la messa nella cattedrale teatina per celebrare l’avvenimento «Ho percorso 100mila km l’anno e ringrazio i miei parroci per la dedizione»
Oggi, 18 aprile, l’arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, compie cinquant’anni dalla Sua ordinazione sacerdotale: alle 18.30 presiederà la messa in cattedrale, a Chieti. Lo abbiamo intervistato sul cammino vissuto.
Eccellenza, come è arrivata la Sua vocazione?
«Sono nato da genitori profondamente credenti: mio padre, Nicola, ingegnere, proveniva da una famiglia di tradizioni laiche e piuttosto agnostiche, ma grazie alla testimonianza di sua madre e all’accompagnamento spirituale di un gesuita, padre Giovanni Aromatisi, morto in concetto di santità, aveva maturato un’intensa scelta cristiana, impegnandosi anche nella Congregazione Mariana, associazione laicale ispirata al carisma di Sant’Ignazio. Mia madre era una donna di grande fede: durante la guerra, sfollata ad Avellino perché c’erano bombardamenti su Napoli, aveva ricevuto un messaggio dalla Vergine Maria che la incoraggiava a tornare a Napoli con i figli che aveva con sé. Lo fece fra le critiche dei vicini, e la notte stessa la casa dove abitavano ad Avellino fu bombardata: non sarebbe sopravvissuto nessuno. Ultimo di otto figli, sono cresciuto in un clima familiare molto sereno, ricco di stimoli anche culturali: una sorella scrittrice di un certo successo, vari fratelli docenti universitari, due impegnati in politica, uno eurodeputato e l’altro in città, tutti uniti da affetto e dall’abitudine al confronto e al dialogo. In questo contesto, a 16 anni sentivo il bisogno profondo di dare un senso pieno alla mia vita: e il Signore... colse la palla al balzo».
Quale ricordo ha del vescovo che l’ha ordinata presbitero, il cardinale Corrado Ursi?
«Il cardinale Ursi, arcivescovo di Napoli, è stato il padre della mia vocazione: ero andato a un campo scuola di giovani dell’Azione Cattolica, dove lui venne a trovarci. Ci parlò con un tale entusiasmo di Gesù Cristo e della vita spesa per amore, che ne fui totalmente preso. Perché non giocare tutto per una causa così bella? All’assenso interiore che dissi a questa chiamata scoppiò in me una gioia che non è più finita, pur avendo vissuto una vita intensa, dove non sono mancate sofferenze e tanta vicinanza all’altrui dolore… Il Signore mi aveva afferrato!».
Quali attività pastorali ha svolto da giovane prete?
«Sin da subito fui destinato allo studio della teologia e della filosofia: feci i due dottorati e vissi lunghi periodi di ricerca a Parigi e a Tubinga (in Germania, ndr). Mai, però, ho trascurato il servizio pastorale diretto: ho animato una comunità di giovani, che a distanza di tanti anni, formata oramai da sposi e nonni, mi resta legata».
In questi 50 anni quali sono stati gli incontri più significativi che ha avuto?
«Innumerevoli: ho avuto un legame intenso con i Papi, da Giovanni Paolo II che leggeva tutti i miei libri e me ne parlava, a Papa Benedetto, che mi ordinò vescovo su incarico del Pontefice ammalato e mi conservò un’amicizia stupenda, a Papa Francesco, col quale ho collaborato più volte, ad esempio per i due Sinodi sulla famiglia, e che mi ha appena inviato una lettera bellissima per il mio cinquantesimo. Penso poi al legame col cardinale Carlo Maria Martini, col quale ho collaborato per la stesura di tutte le sue lettere pastorali, e con tanti uomini di cultura, credenti e non credenti, fra i quali Massimo Cacciari. E penso a tanti incontri con persone umili, bambini, giovani, adulti e anziani, molti poveri e diseredati, da cui ho ricevuto tanto amore e tanti stimoli al bene».
Che cosa ha rappresentato lo studio della teologia?
«La teologia è stata ed è per me la coscienza critica alla luce del Vangelo dell’azione personale e collettiva: come tale una fonte preziosa di ispirazione, una luce illuminante per le scelte da fare e le motivazioni da offrire per seguire la via di Gesù Cristo e optare sempre per il bene, anche a costo di pagare di persona».
Eccellenza, Lei ha incontrato tanti teologi e filosofi: che cos'è l’amicizia?
«L’amicizia è creare ponti fra le solitudini e proprio così aiutarci reciprocamente a essere migliori, a partire dall’amicizia col Signore Gesù».
Ci racconta i primi incontri con i Papi?
Con Paolo VI ebbi un solo incontro, e mi colpì il suo sguardo penetrante e paterno, oltre che l’invito che fece a me e ai miei compagni di ordinazione a vivere un sacerdozio aperto, gioioso, pronto al dialogo con tutti e al servizio di tutti. Giovanni Paolo II mi ha voluto molto bene, e mi chiese di predicargli gli esercizi spirituali del 2004: vero tempo di grazia e di luce. Papa Benedetto ha riassunto il nostro rapporto con la dedica che mi ha scritto all’ultimo suo libro, un mese prima di morire: “Con antica amicizia”! Papa Francesco mi ha dato tanta fiducia e mi stimola col suo esempio a unire l’amore a Cristo all’amore soprattutto ai piccoli e ai poveri».
Quali parrocchie porta nel cuore?
«Quella in cui sono cresciuto a Napoli, quelle in cui ho svolto il mio ministero e tutte le parrocchie dell’arcidiocesi di Chieti-Vasto a me affidata: centocinquanta comunità che amo e visito il più possibile, fino a fare centomila chilometri l’anno per non far mancare la mia presenza di padre e pastore, grato all’esempio di dedizione e di servizio dei miei sacerdoti».
Il 26 giugno 2004 la nomina ad arcivescovo e l’ordinazione da parte del futuro Papa Benedetto XVI.
«Sì: una svolta totale. Dall’insegnamento, dalle tante conferenze in giro per il mondo, dai poveri di Napoli a una Chiesa viva, bella, con tanti presbiteri e laici generosi e impegnati, con un popolo accogliente che mi riserva segni commoventi di rispetto e amore. Ringrazio Dio per aver ricevuto questa Chiesa come sposa nell’alleanza d’amore che è il servizio episcopale».
Il rapporto con il clero?
«Voglio bene ai miei sacerdoti e mi sento amato da loro. Cerco di ascoltare molto e di avere sempre molto rispetto per ciascuno. A volte il governo pastorale richiede scelte difficili: ma con l’aiuto di Dio e l’onestà del cuore mi sembra che infine tutto concorra al bene».
Il rapporto con la gente?
«La gente è perfino troppo buona con me! Sento sinceramente di amare il mio popolo».
Eccellenza, Chieti e Vasto, i due polmoni della diocesi.
«Certo: simili e diverse. Simili perché al nord come al sud dell’arcidiocesi c’è bisogno di alimentare la fede, di annunciare il Vangelo, di promuovere la pace e la giustizia. Diverse, perché i teatini sono più riservati, anche se tenaci nell’amicizia, i vastesi più aperti, come il mare su cui si affaccia la bellezza della città. Con entrambi i polmoni respiro a pieno ritmo»
Dopo 50 anni come è cambiata la Chiesa?
«La primavera del Vaticano II sta portando i suoi frutti, specie nella partecipazione più attiva e responsabile dei laici. C’è certo una crescente secolarizzazione, ma il bisogno di Dio bussa alla porta del cuore di tutti e l’annuncio credibile e l’accoglienza fraterna producono frutti di luce e di gioia un po’ in tutti».
Un momento difficile durante il mandato da vescovo?
«La difficoltà maggiore è la scelta sulle persone: cerco di farla con tanto ascolto, preghiera e rispetto e mi sembra che nella quasi totalità dei casi il Signore ha benedetto le scelte fatte»
Com’è la vita da vescovo?
«Bella! Non perché sia comoda o senza sfide, ma perché è viva, appassionata e al servizio della causa di Dio fra gli uomini, la causa più alta per cui vivere e dare la vita».
Com’è la giornata tipo?
«Inizio molto presto al mattino con un lungo tempo di preghiera. Poi, innumerevoli incontri e visite a parrocchie, istituzioni, centri universitari e scolastici, case di riposo, sacerdoti ammalati, luoghi di accoglienza e servizio ai poveri».
Da chi si fa confessare?
«Da un santo sacerdote anziano, che ho scelto sin dal primo momento e che ha la pazienza di ascoltarmi e assolvermi ogni sabato mattina».
Un litigio che ricorda…
«Litigio no, ma in due o tre situazioni avrei potuto essere più paziente e pronto all’ascolto».
Come può un giovane oggi ricercare la verità?
«Amando tanto Dio e il prossimo nella carità, e lasciandosi amare dal Signore nella preghiera».
Che cosa vuol dire essere vescovo oggi nella Chiesa di Papa Francesco?
«In sintonia con lui, annunciare il primato di Dio e la predilezione del Signore per i poveri e per la causa della pace nella giustizia e nella verità».
Uno dei momenti più significativi di questi 50 anni in questa diocesi?
«Tanti: ogni evento pastorale vissuto con fede e amore lascia un segno fecondo nel cuore».
Oggi, alla celebrazione del cinquantesimo in cattedrale a Chieti, a chi andrà il primo pensiero?
«Al Signore per dirgli grazie. A quanti mi ha affidato per affidarli a lui e chiedere loro perdono se ho dato loro meno di quanto avrei dovuto. Sono felice, comunque, di essere oggi anche materialmente molto più povero di quando sono arrivato: di mio non ho praticamente più nulla».
Crisi finanziaria, migranti, pandemia, guerra sono le ultime emergenze: basta soltanto la buona volontà per uscire da questo vicolo cieco?
«Le sfide sono tante e molte sono difficili: occorre fede, preghiera, impegno e vigilanza costante, coraggio nell’annuncio e nella denuncia. Con l’aiuto di Dio e della sua “impossibile possibilità” tutto può essere vissuto con entusiasmo e nella certezza dei frutti di bene che lui vorrà far germogliare. Chiudo con una frase di un gesuita tedesco morto martire della barbarie nazista, Alfred Delp: “Il pane è importante, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la fedeltà mai tradita e l’adorazione vera”».

