Francesco Valentini, la dinastia del vino «Così scopro la bellezza della natura»

27 Novembre 2016

Il vignaiuolo di Loreto Aprutino racconta una passione che affonda nel passato della sua famiglia «Mio padre Edoardo mi insegnò che comandare non significa essere padrone ma direttore d'orchestra»

di Giorgio D’Orazio

Marcia tra vigneti e oliveti di Loreto Aprutino un'impeccabile Lancia Augusta del '35. Fascinosa anche con le gomme infangate. Alla guida c'è Francesco Paolo Valentini, vignaiolo e cantiniere come recita il biglietto da visita. Per la sua famiglia la terra è una cosa seria. Una tradizione agricola che affonda le radici nel '600, epoca in cui i Valentini si stabilirono in questo antico borgo vestino. È stato suo padre Edoardo a concentrare le proprietà sulla viticoltura e a lasciar esprimere da quelle uve dei vini che oramai vengono decantati in tutto il mondo, must-have della cultura enoica italiana cullati da questa casa e casata vinicola.

Quando Valentini torna dalla campagna, rientra nel palazzo in via del Baio, sulla sommità del centro gentilizio di Loreto. Residenza di famiglia - con gli ambienti conservati o ricostruiti filologicamente secondo le origini - e fulcro dell'azienda agricola. Qui evolve il vino in botte nella inaccessibile cantina storica, qui affinano le bottiglie che per "uscire" non fanno i conti col mercato ma solo con gli umori del tempo e il gusto del produttore. Qui Francesco Valentini accoglie gli ospiti, con cortesia d'antan, assieme alla moglie Elena e al figlio Gabriele. In uno studio tramandato da generazioni incorniciato dalle librerie. Perché il vino è anzitutto pensiero.

Quando è stata la prima volta che ha pensato seriamente al vino?

Nel 1981, la mia prima vendemmia. Avevo vent'anni e frequentavo la facoltà di agraria a Firenze, dove mi aveva iscritto mio padre, ero più orientato sulla filosofia in realtà. Quella vendemmia non è più finita. Si protrasse tra spuntatura, potature, concimazioni, semine, travasi. Avevo perso un anno ormai e mi sono ritrovato in azienda a tempo pieno.

Che uomo era Edoardo Valentini?

Un maestro autentico, non semplice, esigente. Anche perché dai figli si pretende sempre di più, mi accorgo che faccio lo stesso col mio.

Cosa rappresentava per lei quell'attività?

La campagna è stato un fattore preesistente della mia vita. D'altronde al di là delle esperienze scolastiche a Pescara ho sempre vissuto in ambito aziendale. All'occorrenza il mio babysitter era Edoardo Buffetti, il vecchio cantiniere, e il massimo della distrazione era giocare a carte con lui in cantina o nascondermi dietro le botti. Da ragazzo però anche io preferivo la città, il caos, e la campagna rappresentava a volte un limite.

Cosa è cambiato crescendo?

Ho compreso la bellezza a cui questo mestiere può condurre. Volente o meno sentivo il dovere, anzi l'obbligo, di seguitare e col senno di poi ne sono felice, ringrazio la mia distrazione e la prepotenza di mio padre, perché faccio qualcosa che mi entusiasma ogni mattina.

Fare il vino?

Potrei dirle che è la ragione della mia vita ma non è così. Fare il vino artigianalmente, non costruirlo, ha un suo fascino, però non è il fine bensì il tramite del mio piacere. Il vino è uno strumento, quel qualcosa che mi avvicina a ciò che mi entusiasma, ovvero la bellezza della natura in tutte le sue espressioni. Stare a contatto con vigna e ulivi mi dà la possibilità quotidiana di imparare la vita dalla natura, un linguaggio diverso da quello degli uomini, fatto di silenzi e solitudini apparenti, di armonie ed equilibri di questo bellissimo mondo che stiamo distruggendo. La stessa cosa la ritrovo in cantina, perché l'artigiano va alla ricerca degli opposti, degli equilibri, ed è sempre un ascoltare la grandezza della natura. Tutto questo a vent'anni non puoi capirlo.

Con suo figlio come l'ha messa?

Da ragazzino diceva che avrebbe continuato il nostro mestiere, ma gli ho sempre detto che questa è un'opportunità non un obbligo. Anche lui però, come me, a un certo punto ha avvertito questa responsabilità, perché avverti un passato, una tradizione.

Com'era il mondo agricolo abruzzese quando ha cominciato?

Nel nostro caso il passaggio dalla mezzadria alla conduzione diretta lo fece mio padre già negli anni '60. Fu uno dei primi a capire che i tempi cambiavano e si trasformò in imprenditore. Intuì che per sopravvivere la vecchia classe agraria doveva cambiare passo. Quello che ricordo è il cambiamento di impostazione culturale, il passaggio, dal punto di vista del proprietario, da un'agricoltura passiva a quella attiva.

E il passaggio di conduzione tra voi come è andato?

Non c'è stato, c'è stata continuità. Mio padre per quanto potesse essere difficile e, in senso positivo, antidemocratico, prepotente e rompicoglioni, mi ha fatto entrare in questo mondo senza che neanche me ne accorgessi. Mi rendeva partecipe e responsabile di tutti i lavori, mi diceva che se volevo comandare dovevo prima saper fare tutto quello che fanno i collaboratori, perché comandare non significa essere il padrone ma il direttore d'orchestra dell'azienda.

Qual è il suo approccio con il lavoro?

Sono sempre alla ricerca dell'annata ideale in un misto di ansia e insicurezza che però costituisce uno stimolo a migliorarmi. Di carattere poi vedo sempre il bicchiere mezzo vuoto, anzi rotto e tagliente come dice mia moglie.

Che momento vive oggi l'agricoltura?

Continua ad essere il fanalino di coda della nostra economia. Noi ci sentiamo abbandonati, non c'è una classe politica che ci tutela. Perché quello che conta è solo l'agroindustria, loro vanno avanti con le materie prime estere, dagli oli ai grani, dalle carni alla frutta, e noi agricoltori veniamo mandati al macello. Sopravvive solo chi riesce a trasformare e collocare sul mercato il bene che produce. In Italia, in Abruzzo, la politica ha distrutto questo comparto e continua a trascurarlo.

Lei invece ci crede ancora, con un moderno frantoio.

Sì, appena fondato a Loreto insieme alla famiglia Cerretani. Il settore olivicolo stenta, c'è ignoranza nel consumatore e interesse delle industrie a promuovere olio non italiano. Ma l'Italia è il maggior paese al mondo con questa vocazione, conta 500 cultivar di cui 25 in Abruzzo. E poi per me il vino è la moglie, l'olio è l'amante. Bevo più olio che vino e se quando cammino in vigna sono nervoso, quando passeggio nell'oliveto mi rassereno. Del resto anche Gesù l'ultimo giro se l'è fatto tra gli ulivi.

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