«Fu papà a mandarmi via Ora mi batto da lontano»

PESCARA. «In Iran le ragazze scrivono i testamenti sui social prima di andare a protestare in strada, perché non sanno se torneranno a casa. In Iran la lapidazione delle donne è una legge del regime....
PESCARA. «In Iran le ragazze scrivono i testamenti sui social prima di andare a protestare in strada, perché non sanno se torneranno a casa. In Iran la lapidazione delle donne è una legge del regime. L’obbligo del velo non è solo per le donne musulmane e iraniane, ma per tutte le donne, anche quelle Occidentali che entrano nel nostro Paese. Le quali, però, osservando il “rispetto” delle leggi in terra straniera, insultano e offendono chi combatte per l’eliminazione di quella schiavitù».
C’è tutto il dramma di un popolo “stremato” dalle ribellioni, contro le violenze perpetrate dai miliziani, nelle parole di Shaed Sholeh, iraniana, attivista dell'Addi, Associazione donne democratiche, con diramazione territoriale a Pescara, che ieri ha partecipato alla seduta comunale insieme a Mania Mehrabi e Bahram Tirbandpey.
Sholeh ha chiesto alla città di Pescara di «alzare la voce» attraverso «una fiaccolata che possa servire a far arrivare coraggio e sostegno ai giovani iraniani in lotta per i diritti e la libertà».
Madre di due figli e imprenditrice nel settore della ristorazione (col marito Kazem gestisce Simbad in via Italica), da 30 anni vive a Pescara. È una rifugiata politica, originaria di Shiraz: «In Iran non posso tornare», dice, «quindi ho fatto venire da me mamma e le mie sorelle». Il padre, Arastoo, giudice di una corte minorile, è morto nel 1992. Fu lui a salvarle la vita. «Quando avevo 19 anni, subito dopo il diploma», ricorda Shaed Sholeh, «mio padre mi obbligò ad andare via, sapeva che lì non avrei avuto un futuro. Tanti miei compagni erano stati arrestati. Andai in Usa, da alcuni parenti. Dalla Pennsylvania all’Ohio, dove mi sono laureata in Farmacia. Lì conobbi mio marito Kazem che studiava alla D’Annunzio. Così, insieme, tornammo a Pescara».
«È impensabile», prosegue l’attivista, «che i giovani possano uscire dall'Iran, io ci sono riuscita perché avevo un visto di studio. Erano gli anni ’80. So di essere stata fortunata, ma nonostante i miei privilegi non ho mai dimenticato le lotte e le sofferenze del mio popolo».
Orrori indicibili. «I metodi di tortura sono disumani: mesi di isolamento, botte, i prigionieri vengono messi in gabbia come animali, lì devono restare accovacciati per ore e giorni senza fare rumore, senza alzare la testa, altrimenti sono torture. Vengono costretti a mangiare in quella posizione e se le posate fanno rumore nei piatti, sono altre botte. Tutto questo è inaccettabile e crudele. La morte di Masha è stata la scintilla per far scoppiare la rivolta delle donne. E, ne sono certa, saranno loro a salvare l’Iran dall’oppressione del regime».(c.co.)

