Funzionario condannato: deve risarcire 320mila euro alla Agenzia delle entrate

Giovanni Imparato, filmato mentre intascava tangenti, ora deve pagare i danni L’accusa: «Conciliazioni illegittime per gli amici, atteggiamenti imbarazzanti»
PESCARA. «Emergono atteggiamenti per così dire imbarazzanti». E uno di questi è raccontato dalle intercettazioni quando Giovanni Imparato, 62 anni, ex numero due dell’Agenzia delle entrate di Pescara, al termine delle conciliazioni con gli evasori fiscali, discute «con i professionisti privati su chi avesse il “merito” dei risultati favorevoli fatti conseguire ai contribuenti». Colloqui volti anche «alla ripartizione delle conseguenti contropartite». A 6 anni dall’arresto con l’accusa di corruzione – fu sorpreso a Roma e filmato a intascare una busta con dentro 15mila euro – per l’ex funzionario originario di Portici ma residente a Pescara, arriva la condanna della Corte dei conti: una sentenza di 30 pagine dice che l’ex capo del settore legale della sede di via Rio Sparto deve risarcire l’ente di 320mila euro, «oltre interessi». È una stangata anche se Imparato, difeso dall’avvocato Antonio Mirra, ha rischiato di pagare ancora di più: la prima contestazione fu di oltre 21 milioni di danni.
ACCORDI ADDOMESTICATI Al centro della decisione della prima sezione centrale d’appello, guidata dal presidente Massimo Lasalvia, c’è «l’illegittima conclusione di due conciliazioni giudiziali»: attraverso accordi «sbilanciati» verso i morosi dell’Agenzia delle entrate, Imparato avrebbe provocato un danno da 200mila euro nel primo caso e un altro da 100mila nel secondo. Un’attività, secondo la Corte dei conti, «pressoché sistematicamente orientata ad anteporre gli interessi privati (e i propri), rispetto a quelli dell’amministrazione di appartenenza». Dice la sentenza che Imparato «svolgeva le proprie funzioni, spingendosi ben oltre i limiti imposti dai principi di legalità ed imparzialità dell’azione amministrativa, addirittura attivandosi prima ancora che i contribuenti formalizzassero le proprie ragioni, coadiuvandoli nel farlo; tessendo rapporti personali con svariati consulenti e altri soggetti estranei all’amministrazione; esercitando una attività parallela di tributarista, in incognito o mediante prestanome, in conflitto con la propria funzione e, in modo ugualmente illecito, abusava della propria posizione all’interno dell’amministrazione per poter intervenire direttamente o indirettamente sui procedimenti di conciliazione per poter garantire risultati utili alle controparti».
«INFEDELE» La sentenza afferma che, dalle indagini della guardia di finanza e dalle intercettazioni telefoniche, «emerge tutta la trama di rapporti intessuti dal convenuto, caratterizzati da un ampio ventaglio di sfumature, da quelli che paiono risolversi semplicemente in un mero celiare durante l’attività lavorativa, a quelli che invece denotano un atteggiamento infedele ed asservito ad interessi confliggenti rispetto a quelli dello Stato». Imparato avrebbe favorito gli amici con «conciliazioni del tutto sbilanciate»: «In più occasioni il convenuto dà prova di svolgere attività professionali, in campo tributario, a favore di terzi privati, percependo una remunerazione o comunque una utilità».
CONTROLLI ASSENTI? Durante il giudizio d’appello, Imparato aveva tentato di difendersi chiamando in causa i suoi superiori. Ma dice la Corte dei conti che quei superiori furono chiamati a valutare «una proposta per così dire, “confezionata” da Imparato, in accordo con la controparte privata, in modo che apparisse vantaggiosa anche per l’Agenzia e non solo per la parte privata». La conclusione (morale) dei giudici è disarmante: «Questo collegio non può non considerare che, di fatto, una attività di controllo maggiormente incisiva e puntuale avrebbe potuto evitare il verificarsi del danno, o quanto meno, contenerlo nel suo ammontare». Per questo, nel calcolo dell’importo da risarcire, dai 300mila euro di danni a Imparato è stato fatto uno sconto di 30mila euro.
«PRATICHE SOSPETTE» Ai 270mila euro da rifondere si aggiunge poi il «danno da disservizio» quantificato in altri 50mila euro: oltre ai mancati introiti, Imparato deve risarcire anche «i costi di minuziosa revisione di tutte le pratiche “sospette” seguite dal funzionario infedele».

