Furbetti del cartellino, il teste: minacciato di morte dai colleghi 

Alla prima udienza del processo per truffa e falso a carico di 13 dipendenti di Provincia e Ambiente Gabriele Frisa racconta le ritorsioni subite per la sua testimonianza: «Sei un morto che cammina»

PESCARA. «Da quando è scoppiato questo caso, vengo minacciato anche di morte da alcuni colleghi». Inizia così la sua deposizione, Gabriele Frisa, dipendente di Provincia e Ambiente, l’ente in house totalmente partecipato dalla Provincia di Pescara, finito nel mirino della magistratura perché tredici suoi dipendenti sono stati accusati di assenteismo.
Frisa è un teste dell’accusa rappresentata dal pm Andrea Papalia, e ieri mattina ha deposto in aula nel corso della prima udienza del processo a carico di 13 colleghi che rispondono a vario titolo di truffa, falso e qualcuno anche di peculato per l’uso improprio dell’autovettura di servizio.
Tutta l’inchiesta prese le mosse nel 2017 proprio dalle dichiarazioni di Frisa (citato anche nella misura cautelare che colpì i protagonisti di questa vicenda giudiziaria) che però non volle formalizzare la sua denuncia perché temeva ritorsioni nei suoi confronti. E, a quanto pare, questa circostanza si sarebbe verificata tanto che due mesi fa Frisa si è deciso a presentare una denuncia per queste minacce. E ieri, in aula, ha fatto nome e cognome di chi lo avrebbe minacciato. «Oggi mi so’ fatt’ na bella magnata a la casa», riferisce Frisa al collegio, riportando quello che gli dicevano i suoi colleghi che senza problemi si allontanavano dall’ufficio per questioni personali, senza chiedere quasi mai il permesso.
«Ci sono sei, sette, assenteisti cronici», dice ai giudici e fa i nomi. E prosegue il suo racconto riferendo di come venne accolto in ufficio all'indomani dello scandalo: «Sei stato tu a far scoppiare questo scandalo, mi dissero. E un altro collega, “Tu meriteresti due schiaffi”, oppure “sei un pezzo di merda” e ancora “Tu sei un morto che cammina”». Tutte frasi che il teste riferisce facendo nome e cognome di chi le pronunciò. Poi risponde con fermezza alle domande del pm e dei difensori, precisando l’andazzo che c’era in quell’ufficio, il fatto che nessuno timbrava le uscite e che se ne andavano a fare i loro comodi.
Prima di lui, sul banco dei testimoni, si era seduto il comandante della stazione dei carabinieri di Pescara centro, Francesco Mingolla, che si occupò delle indagini. La sua deposizione parte appunto dalla denuncia verbale di Frisa cui fece seguito l’installazione di telecamere davanti all’orologio marcatempo e all’uscita principale dell'ufficio.
«C'erano illeciti diffusi, quindi si decise di installare le telecamere ed avviammo controlli fuori dell’ufficio e pedinamenti per capire cosa andassero a fare i dipendenti quando uscivano. Notammo che a volte passavano il cartellino due o tre volte, così l'orologio annullava le operazioni e faceva figurare l’intero servizio».
Anche le auto dei così detti verificatori vennero monitorate dai carabinieri. «Abbiamo installato due Gps», prosegue Mingolla, «e verificato che non vi era corrispondenza con gli orari riportati sui giornali di bordo. Le auto venivano usate anche per ragioni diverse dalle attività di servizio».
Il comandante parla anche di quell’uscita secondaria che veniva usata a volte per eludere i controlli: «Le chiavi le aveva soltanto il direttore tecnico Pietro Zallocco, che era anche il capo del personale. Quindi anche Zallocco era consapevole di quelle uscite».
Poi sono iniziate le domande delle difese (in particolare degli avvocati Luca Torino Rodriguez e Giuseppe Cantagallo) che hanno mirato soprattutto a demolire l’accusa di truffa legata allo stipendio che avrebbero percepito gli imputati, e dal quale non sarebbe stato sottratto il tempo non prestato in servizio. Mingolla ha parlato anche della natura dell’ente, che sarà sicuramente un passaggio importante del processo (i dipendenti risultano infatti assunti con contratti del settore metalmeccanico).
Poi è stata la volta della consulente del lavoro, Gabriella Sara, che ha riferito che le buste paga venivano preparate in base ai prospetti che le inviava Romina Nazari («Non ho mai ricevuto report dell’orologio marcatempo», ha detto la teste), braccio destro di Zallocco. Insomma, il collegio difensivo (compresi anche Ugo Di Silvestre, Federico Squartecchia, Teresa Pierfelice e Giulio Del Pizzo) ha già iniziato a tessere la sua linea difensiva. Poi sono stati sentiti i carabinieri che effettuarono la sorveglianza (durata sei mesi) che hanno analizzato tutti gli episodi contestati.
Sul banco degli imputati siedono anche, oltre ai due già citati, Paride Chiulli, Graziano Di Tillio Biagio, Simone Di Silvio, Angelo Di Pietrantonio, Giancarmine Di Ciccio, Francesco Angeloni, Roberto Micucci, Angelo Bucci, Gianluca Pretara, Alberto Malito e Paolo D’Onofrio. Prossima udienza il 28 ottobre.
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