«Gabriele parlò 4 minuti con la Prefettura»

14 Febbraio 2024

La telefonata sparita e il filone del depistaggio. Parla il gemello del cameriere di Penne che chiese aiuto

PENNE. «È durata quasi quattro minuti, 230 secondi, la telefonata che mio fratello fece alla Prefettura di Pescara prima che si verificasse la tragedia quel maledetto 18 gennaio 2017». A parlare è Francesco D’Angelo, gemello di Gabriele, il cameriere pennese dell’hotel Rigopianotra le 29 vittime della valanga che 7 anni fa si staccò dal monte Siella seppellendo l'hotel e provocando 29 morti (solo in 11 si salvarono).
Una telefonata, quella del cameriere pennese, rimasta inascoltata e poi, secondo l’accusa, nascosta dopo il disastro. «Da anni, ogni notte, mi chiedo come abbiano fatto dei funzionari che rappresentano lo Stato a dire che la richiesta di aiuto di un cittadino non fosse attinente. È una cosa da non credere», riprende D’Angelo. «Tutto ciò per me si chiama omissione di soccorso, cosa che non è stata valutata da nessuno. Non ci sono altri termini per definire quanto accaduto: omissione di soccorso. A peggiorare la cosa è che poi sapendo della telefonata, l’hanno anche nascosta. È da non credere. Spero che la sentenza della corte d'appello dell'Aquila porti a un ribaltone della sentenza di primo grado. Ma anche se la mia voglia di giustizia è forte come il primo giorno, sono scoraggiato ripensando a quella sentenza di primo grado del giudice Sarandrea che mi ha tolto il diritto a credere che la legge sia uguale per tutti. Non mi capacito di come abbia potuto stabilire che il fatto non sussista. Spero che i giudici condannino l'ex prefetto Provolo e i funzionari della Prefettura, non mi aspetto altro, anche se è forte il timore di dover riascoltare che il fatto non sussiste», commenta ancora D'Angelo in un mix di emozioni e rabbia.
Imponente, anche domani, il servizio d'ordine tra agenti di polizia, della Digos, dei carabinieri e personale amministrativo del Tribunale. I funzionari della Prefettura, già assolti in primo grado, nelle scorse settimane hanno presentato le memorie difensive ricalcando quanto sostenuto in primo grado un anno fa.
«Dal giorno della tragedia io e i miei genitori viviamo nei ricordi di Gabriele. Ha speso la sua giovinezza ad aiutare il prossimo senza indugi. Sempre in prima linea, sempre pronto a intervenire in soccorso dei più bisognosi, a partire dalle missioni in Croce Rossa, sempre presente. È dura svegliarsi la mattina e vedere che lui non c'è più, ma andiamo avanti consci della forza che Gabriele continua a trasmetterci. Mio fratello aveva un cuore grande e il suo sorriso contagioso rimarrà per sempre nella mente di chiunque abbia avuto modo di incrociarlo. È dura convivere ogni giorno con il pensiero che le sue richieste d'aiuto siano rimaste inascoltate, sepolte e insabbiate per tutelare la poltrona di chi, invece, era preposto a fare il proprio dovere per liberare e salvare le 40 persone intrappolate nell’hotel Rigopiano», conclude Francesco D'Angelo.