Gagliardi: «Il mio alibi? Mia mamma e mio padre»

22 Aprile 2015

Omicidio Pavone, rito abbreviato per il dipendente delle Poste in cella da 11 mesi Genitori e figlia chiamati a testimoniare sugli spostamenti nel giorno del delitto

PESCARA. Per smontare il suo alibi, Vincenzo Gagliardi, si affida ai genitori e alla figlia. Arriveranno in tribunale il 12 maggio i testimoni chiamati dalla difesa di Gagliardi, l’uomo in carcere dal 28 maggio 2014 con l’accusa di aver sparato a Carlo Pavone, l’ingegnere di Montesilvano morto dopo un anno di coma. Il giudice per l’udienza preliminare Maria Carla Sacco ha accolto la richiesta dell’avvocato di Gagliardi dicendo sì al rito abbreviato condizionato alla testimonianza di quattro persone, e non sette come chiesto dall’avvocato Renzo Colantonio, che quindi arriveranno in aula per cercare di alleviare l’accusa di omicidio volontario premeditato.

Gagliardi, originario di Chieti e dipendente della Poste di via Volta a Pescara, da un lato cercherà di essere scagionato dai genitori e dalla figlia e dall’altro però, com’era stato ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare, non potrà contare sulla moglie: era stata infatti la donna a fornire all’accusa una prova importante come la polvere da sparo trovata sugli indumenti del marito.

Cosa dovranno riferire al giudice i familiari di Gagliardi? L’uomo aveva spiegato agli inquirenti la sua versione, ricostruendo come aveva trascorso la giornata del 30 ottobre 2013, quella in cui Pavone viene raggiunto da un colpo di fucile in via De Gasperi ed entra in coma. Un alibi che era stato illustrato nell’ordinanza di custodia cautelare ma che il gip Maria Michela Di Fine aveva valutato così: «E’ inattendibile». In quella ricostruzione c’erano gli orari, gli spostamenti del dipendente delle Poste tesi a dire che Gagliardi, alle 20 del 30 ottobre, era in casa mentre i carabinieri e il gip avevano concluso che Pavone era stato raggiunto dal colpo alle 20.10 e che Gagliardi aveva fatto rientro a casa successivamente, «tra le 20.15 e le 20.20». E’ proprio per aggiungere qualcosa in più sugli orari che la difesa chiama i genitori di Gagliardi a deporre perché i coniugi vivono al piano di sopra del figlio e potrebbero aver visto qualcosa oppure no. Anche la figlia dovrà confermare o smentire la versione del papà perché Gagliardi aveva detto di aver accompagnato quel giorno la giovane all’aeroporto, «di averla lasciata alle 18.45 lì», com’era ricostruito nell’ordinanza, «senza attendere l’orario del volo in programma alle 20». Ma l’uomo chiama a testimoniare anche Adele Pavone, la sorella dell’ingegnere morto a 43 anni difesa dagli avvocati Massimo Galasso e Marino Di Felice per tentare, sempre nelle intenzioni della difesa dell’arrestato, di smontare il possibile movente economico.

I quattro testimoni arriveranno così in tribunale il 12 maggio e in una successiva udienza verranno ascoltati gli uomini del Ris che si sono occupati degli accertamenti e il consulente balistico della difesa. Sull’alibi e sul movente dell’omicidio si era già espresso il gip che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare accusando Gagliardi di aver sparato a Pavone per un motivo «passionale», perché era l’amante della moglie dell’ingegnere Raffaella D’Este, parte civile nel processo, e considerando inattendibile il suo alibi anche alla luce del materiale consegnato dalla moglie di Gagliardi ai carabinieri: una busta contenente un guanto di lattice inserito in una scarpa e un giubbotto su cui sono state trovate tracce di polvere da sparo. In aula si torna il 12 maggio alle 14.30.

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