Giancaterino condannato all’ergastolo

La corte d’Assise infligge la pena massima al 38enne accusato di aver ucciso nella sua casa l’ex maresciallo di Penne
CHIETI. Carcere a vita per Mirko Giancaterino, il 38enne accusato dell'efferato omicidio di Gabriele Giammarino, ex maresciallo dell'Areonautica trovato morto il 13 settembre 2015 nella sua casa di via Bernardo Castiglione, a Penne. Così ha deciso ieri la Corte d'Assise di Chieti, che ha accolto in toto la richiesta del pubblico ministero, Mirvana Di Serio, condannando Giancaterino all'ergastolo per omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà e per incendio doloso. Il dispositivo è stato letto dal presidente della Corte d'Assise, Geremia Spiniello, dopo due ore e mezza di camera di consiglio.
Il difensore di Giammarino, l'avvocato Melania Navelli, aveva chiesto l'assoluzione per non aver commesso il fatto. Il 38enne ha assistito senza battere ciglio alla lettura del pesantissimo verdetto, ma al suo legale ha detto di avere «fiducia nella giustizia» e di essere convinto che, «prima o poi, la verità uscirà fuori». L'uomo si è sempre professato innocente, sostenendo di non essere entrato quel giorno in casa della vittima, e di non conoscerla. Secondo l'accusa, invece, quella domenica di fine estate Giancaterino entrò nell'abitazione e infierì lungamente sul pensionato, 80enne, colpendolo con violenti pugni e 26 coltellate. Dopo averlo ridotto in fin di vita, mise fuoco «al materasso posizionato sopra il corpo di Giammarino». Contro Giancaterino, che avrebbe agito per derubare la vittima, ci sono gli elementi raccolti dai carabinieri del Nucleo investigativo, guidati dal maggiore Massimiliano Di Pietro: le tracce di sangue ritrovate sulle scarpe da tennis e sui pantaloni della tuta di Giancaterino e una testimone che l'avrebbe visto allontanarsi dall'abitazione dell'80enne. Il pm fonda l'accusa anche sulle immagini registrate dalla telecamera di una tabaccheria vicino alla casa della vittima: il 38enne è stato filmato alle 6.42, mentre entrava nel vicolo che conduce a casa del maresciallo ucciso, e poco dopo, alle 7.18, è stato registrato un secondo passaggio, in direzione opposta, mentre correva via da lì. Da parte sua, la difesa è perentoria: mancano le prove. Secondo il difensore, le tracce di sangue trovate sulla parte esterna delle scarpe di Giancaterino sono «compatibili al 100 per cento con il dna della vittima» e quelle sulla parte posteriore del pantalone dell'imputato «compatibili invece al 50 per cento con il dna del pensionato». Prove non sono sufficienti, per la difesa, a stabilire la dinamica dell'omicidio e la colpevolezza del suo assistito. Navelli contesta anche il movente perché «non esiste prova della sottrazione dei beni». L'avvocato, che farà appello, sostiene che sulla scena del delitto non ci sono impronte né della scarpa né della presenza del suo assistito. Giancaterino, rintracciato e arrestato subito dopo l'omicidio dai carabinieri di Penne, guidati dal capitano Alessandro Albano, dovrà risarcire le parti civili, rappresentate dall'avvocato Federico Squartecchia. In particolare, è stato condannato a risarcire 170mila euro alla sorella dell'80enne e 100 mila euro ciascuno ai due nipoti dell'anziano. Tra 90 giorni, le motivazioni dei giudici.
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