Giovane tifoso cacciato dalla città per l’attentato a Sebastiani

26 Maggio 2017

A oltre tre mesi dall’incendio appiccato alle auto del presidente del Pescara, scatta la prima misura nei confronti di uno dei cinque sospettati. Il 21enne incastrato dal telefonino e dall’andatura

PESCARA. Pescarese, incensurato, di 21 anni, riconosciuto per il suo fisico corpulento e la particolare andatura. È lui, soltanto lui per ora sui cinque ragazzi individuati sin da subito dalle immagini delle telecamere di viale della Riviera, l’unico presunto responsabile dell’attentato incendiario ai danni del presidente del Pescara Daniele Sebastiani nella notte del 7 febbraio. Dopo tre mesi e mezzo di indagini, intercettazioni, perquisizioni domiciliari e analisi delle celle e dei tabulati telefonici portate avanti dalla Digos diretta da Leila Di Giulio, il giudice del Tribunale pescarese Elio Bongrazio ha disposto, su richiesta della pm Mirvana Di Serio, il divieto di dimora a Pescara nei confronti di B.D.M.
Cacciato, mandato via dalla città in cui abita perché, secondo il giudice «è assai concreto e attuale il pericolo di recidiva». E perché, così facendo, si assicura il suo allontanamento dal contesto ambientale in cui è maturata la decisione di andare ad appiccare il fuoco. E cioè una frangia della tifoseria biancazzurra scontenta, come tutti gli ultrà che decisero in quel clima di disertare la curva, dei pessimi risultati del Pescara che proprio quella domenica 6 febbraio aveva rimediato l’ennesima sconfitta. Sei a due contro la Lazio e pesante contestazione a fine gara.
Quello che succede dopo, di lì a qualche ora, lo hanno raccontato le cronache: intorno alle 3,38 di quel 7 febbraio, quando arriva la richiesta di intervento al 113, nel cortile condominiale dove abita anche la famiglia Sebastiani divampa un incendio di imponenti proporzioni. Il fuoco viene appiccato con del liquido infiammabile alla Jeep Renegade del presidente, che va distrutta, mentre l’altra auto di famiglia, la Smart, ne esce danneggiata. Le fiamme si alzano fino al terzo piano, lambiscono anche le tubature esterne del gas. E quell’inferno dura quasi due ore e mezza quando, intorno alle sei, i vigili del fuoco riescono finalmente a spegnere tutto. E cominciano le indagini. Gli investigatori della Digos partono dalle immagini delle telecamere del palazzo di viale della Riviera, che nei minuti precedenti la richiesta di intervento per l’incendio, immortalano cinque ragazzi, di cui uno con una bottiglia in mano, che passano a volto scoperto davanti alla palazzina.
Tra i sospettati, vengono individuati e denunciati tre ragazzi, tra cui anche B.D.M. La Digos va a perquisire le rispettive abitazioni a Montesilvano, a Pescara nel caso del 21enne, e in un piccolo comune della provincia. Cercano gli abiti indossati da quelle sagome in viale della Riviera, pantaloni della tuta con una particolare scritta, giubbotti e scarpe di un determinato colore, di una certa marca. Evidentemente non esce fuori nulla se, tra gli elementi che incastrerebbero B.D.M. non ci sono riscontri sui vestiti. Ce ne sono, invece, secondo il gip, sul suo telefonino. Tra le 3,15 e le 3,35 di quella notte, a ridosso dell’incendio doloso, figurano 18 contatti e le celle impegnate sono quelle di viale della Riviera, all’altezza dell’hotel Maja, a un passo da casa Sebastiani, e di via Nazionale adriatica nord. Stessa posizione, tra viale della Riviera e viale Bovio, pochi minuti prima quando, tra le 3,22 e le 3,23 il 21enne ha 16 contatti telefonici con un coetaneo. Elementi sufficienti per far ritenere all’accusa che si trovasse nella zona dove è stato appiccato l’incendio.
E poi c’è quello che succede nei giorni successivi al rogo. Succede che il giovane, per motivi che l’accusa riconduce proprio all’incendio appiccato, già il venerdì successivo è a Latina, a casa della nonna. Si capisce che è un trasferimento forzato dalla telefonata intercettata con la madre, quando lui le chiede fino a quando deve restare lì. E lei: «Qualche giorno». E quando poi all’inizio di marzo, ancora al telefono con la madre, il ragazzo preme per andare a seguire la trasferta del Pescara a Genova, la madre è categorica: «Pensavo mettessi un po’ di sentimento dopo quello che hai fatto... Non hai capito che da quel posto dovevi sta lontano... e mo pure fuori vuoi andare».
Frasi a cui si vanno ad aggiungere quelle intercettate ancora tra la madre del ragazzo e il compagno di quest’ultima. È l’8 marzo, quando la polizia va a perquisire casa alla ricerca degli abiti indossati da B.D.M. la notte del rogo, i vestiti ripresi dale telecamere. Lei, in uno stato di profonda agitazione, rimprovera l’uomo di aver detto alla polizia di essere al corrente della storia di Sebastiani. Con lui che replica: «Lo sa tutta Pescara di Sebastiani capisci cosa ho detto se potevo dire che non so nulla scusami a mezzo stampa televisione e un mese...è». Disappunto e preoccupazione, da parte della donna che fraintende le parole del compagno, che per l’accusa confermerebbero la consapevolezza di quest’ultima del coinvolgimento del figlio. Così come lo confermerebbero la presenza del ragazzo sul posto prima e dopo il fatto, e il suo allontanamento dalla città senza un apparente motivo. Elementi che hanno portato alla misura - inaspettata a campionato finito e dopo mesi di indagini a tappeto per quell’incendio doloso - del divieto di dimora nei confronti di uno solo dei tre indagati, e con altri due ancora da identificare. Una misura che tiene conto dell’incensuratezza e della giovane età del ragazzo, mentre il suo difensore, l’avvocato Virgilio Golini, è pronto a chiederne la revoca. Di più non dice il legale, in attesa di conoscere la data dell’interrogatorio e di visionare il fascicolo. Le indagini sono ancora aperte.