Giovani, celibi e in fuga Ecco i rifugiati di Pescara

19 Ottobre 2016

Il Centro accoglienza straordinaria (Cas) della Caritas nel 2015 ne ha ospitati 198 Provengono da 18 Paesi, molti non superano i 35 anni e sono già andati tutti via

PESCARA. Rifugiati, richiedenti asilo, profughi, migranti, extracomunitari: il popolo dei disperati che arrivano in fuga da guerre, fame, miseria per cercare un futuro o solo per restare vivi ha nomi diversi perché diversa è la loro posizione anche giuridica, che comunemente è raro che una venga distinta.

Pescara e molti centri della sua provincia sono coinvolti in queste settimane dal compito dell’accoglienza di centinaia di rifugiati, ovvero titolari di protezione internazionale secondo la Convenzione di Ginevra, ovvero persona che “(...) temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese d’origine di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese(...). Persone senza tetto, cibo, medicine, vestiti, soldi e men che meno lavoro, con inevitabile scìa di polemiche e paure più o meno giustificate. Dal febbraio 2014 la Fondazione Caritas dell’Arcidiocesi di Pescara-Penne, a fronte dell’emergenza profughi e degli sbarchi massicci, ha attivato tramite convenzione con la Prefettura di Pescara un Centro di accoglienza straordinaria (Cas) destinato ai richiedenti protezione internazionale in Italia.

E nel report sulle nuove povertà e le risposte della Caritas ad esse intitolato “Emmaus - Progetto e analisi dati 2015”, stampato in queste ore, un ampio capitolo è dedicato alla situazione locale dei profughi seguita dai volontari di don Marco Pagniello. Un emisfero “a parte” rispetto al variegato mondo di chi bussa al portone di piazza Spirito Santo.

Lo scorso anno il Cas della Caritas ha registrato un totale di 198 ingressi di richiedenti asilo. Da dire subito, quasi in risposta alle ansie di molti cittadini, che tutti sono andati via: il 52% (79) per trasferimenti in altri Cas, il 3,3 % (5) per revoca accoglienza (la protezione internazionale viene concessa o meno a seguito di un’audizione che il Ministero dell’Interno fa attraverso una commissione territoriale che ha lo scopo di indagare e valutare la veridicità delle storie dei ragazzi), il 6% (9) poi è stato trasferito in Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), mentre ben il 38% (57) ha abbandonato volontariamente il centro .

In maggioranza avevano tra i 18 e i 25 anni (129), quindi tra i 26 e i 30 (33), tra i 31 e i 35 (19), 9 tra i 36 e i 40 anni, 2 dai 41 ai 50, nonchè 2 bimbetti di 3 anni e 4 ragazzini tra i 14 e i 17 anni. Dunque i 18/25enni rappresentano il 65% degli accolti ne 2015. La maggioranza celibe. Gli uomini sposati con figli in patria hanno rappresentato sono una piccola parte. Erano per lo più nigeriani, quindi eritrei, del Gambia, del Pakistan (vedi tabella a fianco) per un totale di 18 nazionalità diverse. Per quanto riguardale abilità professionali, rileva la Caritas, e i lavori svolti nel Paese d’origine, molti accolti del 2015 avevano dimestichezza ed esperienza in campo edile ( numerosi i piastrellisti, i muratori, gli imbianchini e i falegnami), agricolo, meccanico (meccanici e carrozzieri) e commercio. «Grande attenzione, nonostante la temporalità dell’accoglienza, è posta a far sì che l’accolto sia informato di quegli strumenti che gli consentano di interagire con il territorio in modo dialettico», si legge nel report Caritas, «riuscendo a capire quali passaggi sono necessari per trovare risposte a esigenze e bisogni personali».

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