Giudice annulla il decreto ingiuntivo e salva un’impresa

27 Agosto 2019

L’avvocato di Sos Utenti ribalta la situazione: ora la banca restituirà 307mila euro. Atti alla procura: indaghi per usura

PESCARA. Rischia di essere stritolato dalla morsa dei meccanismi bancari, in base ai quali gli era stato notificato un decreto ingiuntivo per 200 mila euro, ma poi, grazie all'associazione Sos Utenti e alla sua punta di diamante, l'avvocato Emanuele Argento, uno dei massimi esperti della materia, riesce a capovolgere la situazione in suo favore, con una sentenza che accerta, invece, un suo consistente credito.
A rischiare di finire nel tritacarne bancario è stato un noto costruttore di Montesilvano, Luigi Di Felice, titolare con la moglie della società "Di Felice Costruzioni", che nel 2014 iniziò questa sua lunga e controversia battaglia legale finita molto bene per lui e non altrettanto per un noto istituto bancario a carattere nazionale. L'avvocato Argento, coadiuvato dal collega Fabio Cosentino e da tutto il collaudato staff di Sos Utenti, è riuscito a capovolgere la delicata situazione: così da un presunto debito di 200 mila euro reclamato dalla banca, è stato dimostrato e accertato, tramite una consulenza tecnica, che il costruttore-cliente aveva maturato un credito di ben 307 mila euro dalla stessa banca. Di Felice non era dunque un debitore, ma al contrario un creditore della banca che lo stava stritolando dal punto di vista imprenditoriale. E il tribunale di Pescara (giudice Federico Ria) non ha potuto far altro che accogliere l'opposizione all'ingiusto decreto ingiuntivo che aveva colpito l'imprenditore di Montesilvano, annullandolo in toto e trasmettendo anche gli atti alla procura della Repubblica per valutare la possibile sussistenza del reato di usura da parte dell'istituto bancario.
Con una puntuale e rigorosa sentenza di circa 70 pagine, depositata il 22 agosto scorso, il tribunale ha ribadito alcuni principi di diritto molto importanti in questo settore, fra cui quello che, in caso di opposizione a decreto ingiuntivo, l'onere della prova spetta alla banca e che i fideiussori (nel caso in esame i Di Felice), possono opporre alla banca tutte le eccezioni che spettano al debitore principale e che riguardano le nullità anche parziali del contratto base, per contrarietà a norme imperative (per esempio sull'anatocismo e sull'usura). Il giudice affronta subito la questione degli interessi che non possono assolutamente essere valutati trimestralmente. «A fronte di una clausola nulla di capitalizzazione trimestrale, di interessi debitori e creditori sensibilmente diversi e di un conto dall'andamento costantemente negativo, la previsione astratta di una capitalizzazione trimestrale "paritetica" rappresenta un peggioramento delle condizioni che, come tale, esigeva la specifica approvazione del correntista», che non venne richiesta.
Viene affrontata anche la questione delle commissioni di massimo scoperto che impongono non un generico riferimento nel foglio allegato alle condizioni generali di contratto, ma precise «indicazioni sulla periodicità dell'applicazione, sui criteri di calcolo e sinanche sulla base di computo, che indichi e giustifichi la facoltà della banca di imporre tali commissioni».
E sui tassi di interesse il giudice è stato chiarissimo, anche alla luce della consulenza contabile. Il perito del tribunale avrebbe infatti accertato il superamento delle soglie della legge antiusura, anche applicando i così detti criteri di calcolo forniti dalla Banca d'Italia. «Il consulente del giudice», scrive Sos utenti «ha accertato che la banca ha praticato usura in ben 32 trimestri tra aprile 1997 e marzo 2014, violando non solo la legge antiusura, ma anche le istruzioni più garantiste per essa banca, emanate dalla Banca d'Italia».
Il presidente onorario di Sos Utenti, Gennaro Baccile, ha poi evidenziato che «in Abruzzo un terzo delle pretese creditorie delle banche, attivate con decreti ingiuntivi, si rivelano delle "bufale" prive di fondamento. Una piaga che coinvolge in Abruzzo non meno di 10.000 utenti bancari e per 1 miliardo e 400 milioni circa di crediti bancari classificati a sofferenza, inesistenti se sottoposti a giudizio, come quelli della famiglia imprenditoriale pescarese».
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