Giulia Basel una vita a teatro «Tremo ancora»

29 Ottobre 2017

Attrice, regista, fondò il Florian 30 anni fa «Ho scelto Pescara e ora guai a chi la tocca»

PESCARA. Ricci rosso fuoco difficili da domare, sorriso mite che non deve ingannare sulla personalità, che è d’acciaio. Presenza scenica formidabile. Giulia Basel è una «amante del teatro», come lei stessa si definisce ridendo: spettatrice vorace, attrice eclettica, regista sapiente, direttrice artistica curiosa, abile “capo” nelle faccende burocratiche («lo so è incredibile, ma mi piace anche questo del teatro») che sbriga con destrezza per il suo Florian Espace.
Lo spazio teatrale di via Valle Roveto è la sua creatura, sua e di suo fratello Massimo Vellaccio con il quale lo ha fondato ormai tre decenni fa – il trentennale da festeggiare è alle porte: sarà nel 2018 – spalancando la porta dell’innovazione, dell’avanguardia, del contemporaneo nella creativa Pescara dell’epoca. Oggi il Florian Metateatro è Centro di produzione teatrale riconosciuto dal Ministero e sempre teatro off, dove ricerca, internazionalità dei linguaggi artistici e scoperta sono di casa.
Giulia Basel è un nome d’arte, il suo all’anagrafe è Annalisa Vellaccio, madre abruzzese, papà Giuseppe Carlo Vellaccio magistrato a Reggio Emilia quando lei è nata, poi il trasferimento con la famiglia a Roma, l’approdo al ginnasio nel caldo 1968, in quel liceo classico Giulio Cesare cantato da Venditti e fucina di intellettuali, artisti, politici, cantanti appunto. Quindi il passaggio a Pescara, «città da principio rifiutata e poi amata senza riserve», reso meno traumatico dall’intermezzo bolognese, facoltà di giurisprudenza: era il 1977, altro anno di fermenti rivoluzionari e movimenti giovanili in cui Annalisa si tuffa affascinata dalla scoperta di mondi alternativi e cambiamenti importanti, sociali, artistici, culturali. Doveva fare l’avvocato o il giudice, come quel papà che guardava «ammirata» , ma la sua strada era il teatro.
Quando ha capito che voleva fare teatro?
La mia immersione nel teatro avviene per tappe. Ho cominciato ad andarci molto giovane, con mio padre, seguendo cose tradizionali al Quirino, all’Eliseo. Poi, anche contemporaneamente seguivo curiosa cose di ricerca, era l’epoca delle “cantine romane”, ero attratta dallo sperimentale ed era poi il periodo del teatro di impegno politico, c’era Dario Fo, c’era Franca Rame – e anche le tematiche di genere mi interessavano molto – c’era Soccorso Rosso. Mi è rimasta sempre la curiosità, a me piace tutto, il teatro di ricerca è la mia vocazione, ma ho amato anche le pomeridiane con classici intramontabili.
Scalpitava sin da giovanissima per salire sul palco?
Non direi, ero una ragazza timida, quando facevo il Classico e i più grandi mettevano in scena tragedie greche io ero affascinata, erano fortunati, pensavo. Non speravo, non osavo pensare di fare attrice. Poi l’università con una parentesi di un anno a Teramo, dove Silvio Araclio, Carla Piantieri, Luciano Paesani cominciavano a sperimentare. Li seguivo, una esperienza durata pochissimo ma fondamentale per me, che tra l’altro li avevo “incontrati” già nel ’73 o ’74 in una felice rassegna a Pescara che durò un anno, il Festival del teatro sperimentale.
Prima del palco tanta platea dunque.
Assolutamente: io andavo a teatro, continuo ad andarci e a fare le migliori scoperte. Vedo tanti che fanno teatro e non ci vanno, non lo capisco. Ma forse questo spiega la mia altalena tra attrice e direttrice artistica.
Ma ci sarà stato un punto di svolta, in cui ha scelto e deciso per il palcoscenico.
Ero a Bologna, ho frequentato scuole di recitazione e qui c’è stato l’incontro fondamentale con Gianmarco Montesano, attore e regista, che sarà il cofondatore del Florian con me e Massimo attori. Era il 1978. La sede legale era a a Pescara, ma noi eravamo una compagnia girovaga, Bologna Roma... Lo siamo stati per 10 anni.
Perché il nome Florian?
Dal caffé Florian di Venezia. Il nostro primo spettacolo era dedicato a Wagner, atmosfere da mitteleuropa....
La prima cosa portata in scena come Compagnia Florian?
Una performance al Premio Michetti nel ’78, perché per molti anni abbiamo lavorato a cavallo tra teatro e arti visive, area di provenienza di Montesano che era già artista conosciuto.
L’approdo definitivo a Pescara avviene dunque nel 1988, perché ha scelto questa città?
Benché non fossi stata felice del trasferimento con i miei genitori a Pescara, dopo tanto girovagare ho sentito dentro l’esigenza di costruire qualcosa, di un rapporto forte con un territorio. E tra le città che conoscevo ho pensato che il luogo dove questa mia esigenza avesse maggiore senso potesse essere Pescara. In quel teatro off sul lungofiume. Ma qualche “segnale” c’era già. Pensi che il mio primo spettacolo si intitolava “Duse Duse Duce Duce”, di Montesano. Si intravede qualche segno pescarese no?
E la ribalta nazionale come l’avete conquistata?
1980. La pièce si intitolava “Fascino -Luisa Ferida e Osvaldo Valenti”, la storia di due attori che furoreggiavano nel Ventennio. Regia di Montesano, io e Massimo in scena: attenzione mediatica straordinaria, da Repubblica volevano venire sia dalla redazione romana che da Milano, ne scrisse anche Giorgio Bocca, fu un casus. Non si era mai parlato di Luisa e Osvaldo, fucilati per ordine del Cln comandato da Sandro Pertini che in quel momento era il presidente della Repubblica, e con il debutto a Imola, città medaglia d’oro della Resistenza... Insomma fu un mezzo scandalo. Conquistammo terze pagine e (ride) attenzione strepitosa per noi, giovanissimi e nuovi nel teatro.
Come andò con il Florian Espace?
Pescara era carente di spazi off come potremmo definire il Florian. Tra l’altro il teatro era residuale rispetto alla programmazione cinematografica. Figuriamoci l’avanguardia. Ci fu subito grande interesse. C’era stato solo un precedente nel campo del teatro innovativo, si chiamava Convergenze, in via De Amicis. Ma era chiuso da anni quando abbiamo aperto il Florian. Tutti i giorni uno spettacolo dal vivo. E poi nel tempo ci siamo trasformati in Centro di ricerca teatrale, con produzioni, programmazione teatrale con incursioni di musica danza, letteratura.
Fu subito frequentato? E come è cambiato il pubblico nel tempo?
Noi abbiamo un pubblico assiduo, disponibile verso il nuovo, che non vuol dire di giovani, non solo almeno, ma rimasto giovane. Le nostre rassegne sono seguite da persone di tutti i generi, fino ai bambini, cui dedichiamo un cartellone. Quello che è cambiato sono gli anni, un conto è l’88 un conto è l’oggi, la società è cambiata, così come la percezione della città nei nostri confronti. All’inizio grande sorpresa, resistenze di chi voleva solo un tipo di teatro e si sentiva spaesato. Altri invece sono arrivati motivati sull’onda dell’impegno degli anni precedenti, alcuni ci seguono da 30 anni.
Quale spettacolo ricorda con maggiore orgoglio?
Come attrice sono affezionatissima ai Dialoghi delle carmelitane, di George Bernanof, regia di Montesano, 2005.
Che donne preferisce portare in scena?
Devo dire che in maggioranza faccio spettacoli drammatici, ma mi sento una verve che se non è comica di certo è brillante. Si nota ne La Locandiera, dove sono Ortensia, una delle due comiche, Mirandolina è Flavia Valoppi.
Goldoni si coniuga con il teatro di ricerca?
Io amo il teatro. Avanguardia e classici. Che si possono fare in forma innovativa. La messa in scena evoca il 700 ma è moderna, la lingua rispettata ma frizzante, veloce, allestimento per tappe, tutto il Florian è la Locanda. Mia la regia.
Anche regista...
Certo. È mio l’adattamento delll’Odissea “Metis”, e sono in scena nella parte della madre di Ulisse, uno spettacolo itinerante fatto anche all’Aurum. Anche La Taide è tutto mio, e Bagno Borbonico, con site specific, pensato per quel luogo.
E l’estero?
Ho fatto molte tournèe all’estero, Canada, Belgio, Brasile, recitando anche in francese e portoghese, cosa che ho voluto fare perché altra mia passione sono le lingue. Che vuol farci: ho amore per le parole, l’etimologia, risalire alla radice.
Cosa prova prima di andare in scena?
Mi trema tutto. Uno dei pensieri ricorrenti è: ma perché sono qui? Poi entro e passa tutto. Peggio non andare in scena, essere regista o produttrice perché non hai la liberazione che si ha salendo sul palco e resti in tensione tutto il tempo.
Che rapporto ha ora con Pescara ?
Pescara era la città delle vacanze, del mare, poi è stato difficile accettare il trasferimento, e infatti via a studiare fuori. Invece da quando ho scelto di tornare, ho sviluppato un grande amore per Pescara. Bagno borbonico è dedicato alla sua storia, mi piace, la promuovo all’estero, ne parlo sempre, non è conosciuta bene. E se mi parlano male di Pescara – e lo fanno i pescaresi – io la difendo: avrà i pro e contro ma è effervescente, è una città che ti meraviglia sempre, puoi trovare di tutto, non finisci mai di scoprire persone, iniziative, angoli di creatività. È la mia città.