Gli 80 anni di Iervese una vita per la bici: io, la bottega e Bartali

6 Settembre 2020

Nel negozio di viale Marconi sono passati i miti del ciclismo «Si lavorava con piacere dalle 6 alle 23, anche di domenica» 

PESCARA. Un camino in taverna regalato da Gino Bartali. La bicicletta Graziella prestata ogni estate al campione toscano per scorrazzare tra le colline e i vigneti di Fossacesia, dove il mito del ciclismo era solito incontrarsi con un altro indimenticato corridore, Alessandro Fantini. Il cappellino della squadra ciclistica Iervese indossato da Bernard Hinault nel 1980 nella tappa pescarese del Giro d’Italia, dove conquistò la maglia rosa e poi l’epica vittoria della corsa.
Negli occhi di Nino Iervese, 80 anni compiuti giovedì scorso, scorrono le immagini più belle della storia del ciclismo nazionale: dalle ruote lenticolari montate sulle bici da corsa, come quelle utilizzate nel 1984 da Francesco Moser per battere il record dell’ora a Città del Messico, alla gara con le campionesse Maria Canins e Luigina Bissoli durante il Memorial Iervese del 1976, unico evento abruzzese dedicato al ciclismo femminile organizzato con la Ciclistica Cirillo.
Una vita dedicata alle biciclette, quella del titolare del negozio di vendita, riparazione e assistenza cicli e motocicli in via Italica. Il camice da lavoro blu scuro portato con orgoglio e le mani ancora oggi impastate di grasso nonostante gli anni che avanzano. Un lavoro e una passione che vanno avanti ininterrottamente da quando, a soli 14 anni, Nino Iervese iniziò ad andare in bottega prima dal papà Luigi, gestore dal 1928 dell’officina di riparazione in piazza Unione, poi rilevata dallo zio. «Ma già in prima elementare ho iniziato a pulire le biciclette», racconta Nino andando indietro nell’album dei ricordi, «riportavo la pagella a casa e mio padre, ogni volta, mi diceva che ero andato male. Allora per punizione mi mandava a pulire le bici in officina». L’attività, quella storica in viale Marconi ricordata per l’esposizione di bici di tutte le taglie sul marciapiede, fu fondata una volta compiuta la maggiore età negli anni frenetici del boom economico e della ricostruzione post bellica. «Un tempo si lavorava fino a tarda sera», aggiunge lo storico commerciante di biciclette, «la giornata cominciava alle 6 del mattino e finiva alle 23, senza mai guardare l’orologio, anche di domenica. Si dormiva 3-4 ore a notte. Era un sacrificio, ma veniva fatto con piacere perché erano gli anni in cui c’era da scorciarsi le maniche per ricostruire. Pescara dopo la guerra aveva quattro case e un forno: non stava messa bene, però il lavoro c’era per tutti».
Nino Iervese, che nel 2015 ha ricevuto dall’ex sindaco Marco Alessandrini il riconoscimento di Attività storica, ama definirsi «un artigiano della riparazione» perché «mio padre era un artigiano», specifica con un pizzico di orgoglio, «ho imparato da lui sia il mestiere e sia come comportarsi con le persone. I suoi insegnamenti li metto in pratica ancora oggi». Degli anni ’70, quelli della squadra ciclistica che portava il nome della ditta, e del rapporto con i sindaci di Pescara, Iervese ricorda in particolare un aneddoto legato alla bicicletta assemblata per Alberto Casalini: «Volle una bici da corsa per andare la domenica a San Gabriele. Preparai il mezzo, regolando la sella e i pedali e consegnandogli il caschetto in pelle come si portavano allora. Lui partì, ma riuscì a malapena ad arrivare a Silvi. Mi telefonò e dovetti andare a riprenderlo con il furgone e portarlo a casa». Nello stesso periodo Nino Iervese è stato promotore dell’unico evento in Abruzzo dedicato al ciclismo femminile, il Memorial Iervese, per il quale ricevette una benemerenza nel 1976 per il suo contributo alla realizzazione del ciclismo su strada femminile: sul documento originale compaiono le firme delle due campionesse Maria Canins e Luigina Bissoli.
I ricordi più belli sono quelli legati all’amicizia con Gino Bartali: un sentimento genuino che andava al di là del rapporto occasionale tra cliente e fornitore. «Veniva spesso a trovarmi a Pescara. C’era grande rispetto. A volte pranzavamo insieme con un buon bicchiere di vino, ma solo la domenica, mai nei giorni di lavoro», rimarca Iervese, nella cui bottega storica in via Marconi, poi lasciata per trasferirsi in via Italica, era conservata sulla porta d’ingresso una dedica scritta dal campione toscano su una vecchia foto in cui era ritratto con Coppi mentre si scambiavano una borraccia. «Chissà dov’è finita», sospira l’uomo, «scattammo anche delle foto, con le macchinette di una volta con il rullino, ma non so se siano mai state sviluppate. Bartali mi raccontava del rapporto con Coppi, di amicizia prima ancora che di rivalità sportiva. In quegli anni io trattavo sia la Bianchi di Coppi e sia la Legnano di Bartali, ma con il primo con c’è mai stata occasione di incontrarsi». Bartali, invece, lo ricorda benissimo: «Una volta dovevo comprare un camino per la taverna. La domenica giravo per i paesi in cerca del modello giusto, ma non c’era mai quello che piacesse a mia moglie. Ne parlai con Bartali e lui mi portò un catalogo da dove mia moglie scelse il camino che le piaceva, prodotto da una ditta di Firenze. Bartali lo ordinò, lo fece arrivare a Pescara e non volle che lo pagassi. Mi disse: “Poi quando vengo a Pescara regoliamo i conti”. Mi fece un regalo che abbiamo ancora in casa. Allora c’era fiducia, bastava la parola e una stretta di mano, tra persone perbene si faceva così». Un altro campione che invece incrociò la strada di Iervese è stato Bernard Hinault, le cui fotografie scattate prima sulla soglia dell’officina in via Marconi e poi con il cappellino ufficiale della squadra ciclistica Iervese e la maglia rosa del Giro d’Italia sono custodite gelosamente nell’album di famiglia.
Non meno importante la sua attività di formatore di intere generazioni di meccanici della bicicletta, come Roberto Il Biciclettaio che proprio in questi giorni ha festeggiato i 17 anni di sua attività in via Gramsci. «Oltre a rubare i segreti del mestiere mi si è preso anche una figlia», sorride l’artigiano delle due ruote, «quando aveva il raffreddore lui, stranamente lo aveva anche lei».
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