Gli arrosticini d’Abruzzo con le pecore straniere, ora è scontro sulla tutela

3 Novembre 2023

Coldiretti interviene dopo la trasmissione “31 minuti” di Rete 8 e il Centro «Serve il marchio Dop». Ma i produttori si smarcano: «Vogliamo l’Igp»

PESCARA . L’Abruzzo terra di pastori non esiste più: non ci sono più né pastori né pecore. Tanto che gli arrosticini, prodotto tipico regionale per eccellenza, sono fatti con le pecore straniere e importate soprattutto da Francia, Spagna e Irlanda. Ogni anno arrivano 700mila capi dall’estero. E sugli “stazzi” ormai vuoti si consuma quella che Coldiretti non esista a definire «guerra degli arrosticini». È la prima reazione all’inchiesta della trasmissione “31 minuti” di Rete8 in collaborazione con il Centro andata in onda ieri alle 22.30: un settore che produce un fatturato da quasi un miliardo di euro e che dà lavoro a 12mila addetti si regge sulle pecore straniere. Il risultato è che, adesso, mangiare arrosticini made in Abruzzo è quasi impossibile.
Senza più pecore, in Abruzzo si discute sulla tutela degli arrosticini ed è scontro: un muro contro muro che potrebbe portare a proteste di piazza prima delle elezioni regionali del 10 marzo prossimo. «La necessità di tutelare e promuovere l’arrosticino abruzzese è una esigenza che», dice il presidente di Coldiretti Abruzzo Pietropaolo Martinelli, allevatore ovino, «si divide tra chi vuole il sostegno dell’economia agropastorale e chi, invece, punta alla semplice valorizzazione di un “simbolo” dell’agroalimentare senza tutelarne la tradizione, il valore intrinseco e l’indotto che la sua “giusta valorizzazione” potrebbe favorire». Coldiretti vuole il marchio Dop: «Garantirebbe l’utilizzo di carne veramente abruzzese con risultati e vantaggi per tutto il settore zootecnico che vive una profonda crisi e una drastica diminuzione dei ricavi e degli operatori». Ma oggi sarebbe impossibile: «Attualmente», conferma Martinelli, «il prodotto simbolo della nostra pastorizia si basa sull’importazione massiccia di carni ovine estere, più facili da reperire e lavorare: attualmente più di tre arrosticini su 4 hanno provenienza straniera». Perché oltre l’80% degli arrosticini abruzzesi è fatto con carne estera? «L’arrosticino conquista piazze e mercati internazionali, ma », risponde Martinelli, «la zootecnia abruzzese deve fare i conti, ogni giorno, con gli insostenibili prezzi di gestione, le conseguenze del cambiamento climatico e il fisiologico abbandono dell’attività da parte dei pastori che oggi sono meno di mille e governano un patrimonio di circa 190mila capi adulti di cui un terzo destinati alla produzione dei rinomati spiedini di pecora».
C’è il partito della Dop, Denominazione di origine protetta, e c’è il partito dell’Igp, Indicazione geografica protetta: la Dop prevede che gli arrosticini siano fatti completamente in Abruzzo, a partire dalla carne; l’Igp invece apre alle carni estere con un processo di lavorazione in Abruzzo. «Il riconoscimento dell’Igp diversamente dalla Dop, prevede che», dice Martinelli, «una sola delle fasi di lavorazione del prodotto finito avvenga all’interno dell’area geografica determinata (e quindi Abruzzo) dando il colpo di grazia all’allevamento regionale che, invece, proprio dall’arrosticino potrebbe ripartire e tornare ad essere uno dei settori trainanti dell’agroalimentare abruzzese. Ci appelliamo alla politica regionale a cui chiediamo di non indietreggiare per logiche di mercato o per favorire la produzione industriale».
Sono già due i politici abruzzesi schierati per la Dop: Elisabetta De Blasis, eurodeputata eletta con la Lega e ora nel gruppo dei non iscritti, e il capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Massimo Verrecchia. Proprio Verrecchia potrebbe portare la proposta di legge sul marchio Dop per gli arrosticini in consiglio regionale: prima delle elezioni, si potrebbero scatenare le proteste dei contrari alla Dop.
Schierata per l’Igp l’Associazione regionale produttori arrosticino d’Abruzzo, presieduta da Marco Lepri e che rappresenta oltre il 65% dei produttori: «Riteniamo che si possa perseguire solo la strada dell’Ipg in assenza di una filiera zootecnica sul nostro territorio. L’Igp», dice il coordinatore Lorenzo Verrocchio, «è immediatamente ottenibile: l’iter al ministero delle Politiche agricole è già in corso da oltre due anni ed è un’occasione storica. La Dop è un grande sogno, ma è un obiettivo in salita e con tempi estremamente lunghi: bisognerebbe incentivare l’incremento delle stalle degli allevamenti e cambiare una cultura allevatoriale per creare capi ovini idonei alla trasformazione prima rispetto ai tempi di oggi. Il marchio Igp consentirebbe tutela giuridica dei produttori, allevatori e consumatori, determinerebbe un’incentivazione alla creazione di nuove aziende agricole e poi sarebbe un’azione di marketing a scopo enogastronomico e di promozione del territorio. Ora bisogna essere coesi perché c’è il rischio che non si faccia né la Dop né l’Igp».
Anche Coldiretti, con l’Istituto zooprofilattico e l’Associazione regionale allevatori (Ara), chiede un’azione immediata: «È necessario oggi più che mai che venga presa una posizione chiara», afferma Martinelli, «e si operi concretamente per presentare a Bruxelles la Dop e non semplicemente l’Igp con l’obiettivo di salvare un settore e riportarlo allo splendore che merita ma anche per permettere al consumatore di poter scegliere un arrosticino fatto veramente con carne abruzzese e non semplicemente macellata o confezionata in Abruzzo». «Secondo noi», commenta Roberto Rampazzo, direttore Coldiretti Abruzzo, «sarà fondamentale il nuovo regolamento europeo sui prodotti Dop e Igp che entrerà in vigore nel 2024 e che, annunciato dall’europarlamentare Paolo De Castro, prevede l’obbligo di indicare il nome del produttore su tutte le etichette, aumentando la trasparenza per i consumatori e rafforzando la protezione dei marchi di qualità».