Gli ex amici del Libano insieme dopo 33 anni

Montesilvano, i bersaglieri della missione di pace si ritrovano grazie a Facebook «Eravamo giovanissimi, segnati da quell’esperienza. Ora, alcuni sono senza lavoro»
MONTESILVANO. Qualche chilo in più, qualche capello in meno, un po’ di argento sulla testa e nella barba, ma lo stesso entusiasmo di quando 33 anni fa i loro destini si sono incrociati per un’esperienza di quelle che ti cambiano la vita. Sono gli ex bersaglieri del quinto scaglione ’83, che appena ventenni parteciparono alla prima missione di pace italiana in Libano, e che ieri si sono dati appuntamento all’hotel City di Montesilvano per trascorrere insieme un fine settimana all’insegna dei ricordi. Promotori dell’iniziativa Gaetano Pavone di Cappelle sul Tavo e Maurizio Alessandrini di Tivoli che, approfittando dei social network, in circa 40 giorni sono riusciti a realizzare un desiderio che avevano da tempo: rincontrare i compagni di quell’esperienza indimenticabile che li ha uniti per sempre. «È come se avessimo tutti lo stesso tatuaggio», riassume Giuseppe Carlo Riva arrivato in Abruzzo da Treviso, dove lavora in un aeroporto militare, «è una catena che ci tiene insieme e che solo noi che c’eravamo possiamo comprendere». A rispondere all’appello sono stati in particolare 42 ex bersaglieri dei 120 che trascorsero 4 mesi in Libano agli ordini del generale Franco Angioni, arrivati da ogni parte d’Italia nonostante qualche difficoltà logistica e non solo. «Purtroppo dopo aver lavorato per anni da ottobre sono disoccupato e partecipare non è stato semplice», racconta Massimo Reina di Catania, all’epoca 25enne, con un pizzico di commozione, «ma i miei familiari mi hanno aiutato perché sapevano che sarebbe stata un’occasione unica». Così come unica è stata l’esperienza che gli ex bersaglieri - di cui nessuno ha seguito la carriera militare seppur con qualche rimpianto – si sono trovati a vivere all’improvviso, quando chiamati per la leva furono costretti a fare i conti con la morte. «Fortunatamente non abbiamo perso nessuno e nessuno di noi ha ucciso un nemico», prosegue Riva, «ma abbiamo raccolto caduti americani e francesi e abbiamo vissuto con la paura costante. Per questo quando siamo tornati non eravamo più gli stessi, ci svegliavamo di notte e volevamo tornare, paradossalmente, in Libano». Nessuno di loro ha, infatti, dimenticato le scene viste sui campi di Sabra e Chatila, quei bambini che andavano a chiedere i biscotti o quella notte di Natale trascorsa sotto le bombe. «Eravamo giovanissimi e il primo impatto con la morte è stato duro», evidenzia Alessandrini, oggi funzionario pubblico, «ma abbiamo dato lustro all’Italia e i libanesi ricordano con affetto quei ragazzi». Due giornate di pura fratellanza, perché la vera amicizia, proprio come la guerra, non si può dimenticare.
Antonella Luccitti
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