Gli “iceberg metafisici” di Sarra

29 Agosto 2016

L’artista pescarese reduce da una lunga estate in Corea: se tornassi indietro lascerei il lago del Fucino

di Giorgio D’Orazio

È partito dalla punta e poi ha rivelato tutta la sostanza dei suoi "Iceberg" a studenti e docenti coreani. E da venerdì 30 presenta una serie di grandi Iceberg dipinti a parete nella mostra "Ricettivo nouveau" al Garage Carcani di Roma. È stata un'estate impegnativa quella dell'artista abruzzese Sergio Sarra, tornato a Seoul per una personale e una conferenza sul proprio lavoro dopo la precedente esperienza del 2015 in Corea del Sud.

Sarra (Pescara, 1961) nel 1990 tiene la sua prima personale nella galleria Alice di Roma, espone per la Biennale del Mediterraneo a Barcellona e all’Expace Cartier di Parigi. Tra il 2000 e il 2001 espone a Roma da Volume! e cura Conversione di Saulo a Palazzo Odescalchi, viene invitato alla Biennale dell’Avana e presenta le grandi tavole dipinte dove il disegno metafisico e enigmatico diventa preponderante: inizia così il percorso delle Table sculptures e di varie performance.

Da allora allestisce personali e partecipa a collettive in Italia e all'estero, lavorando con curatori come Nicolas Bourriaud e Achille Bonito Oliva. Intanto insegna all’Accademia dell’Aquila, dividendosi tra Roma e l'Abruzzo con la moglie Elisabetta Ruscitti.

Come è nata questa nuova esperienza in Corea?

«Nel 2013 a Roma in occasione della mia mostra "un ambiente, sei vetri" nel Chiostro del Conservatorio di Santa Cecilia, ho conosciuto i curatori coreani che mi hanno invitato ad esporre a Seoul, alla Ewha Art Gallery all’interno della Ewha University, dove ho quest'anno tenuto una masterclass per il College of art and design».

Che lavori sta presentando in questo periodo?

«Una serie di icebergs dipinti su carta italiana, la rosaspina, che ha dato il titolo alla mostra coreana: "iceberg rosaspina". Ognuno è disegnato dal vero, anche se per le sue peculiarità può sembrare un automatismo. Gli icebergs sono forme vaganti e solitarie in continua trasformazione non percepibile e contengono altre forme e immagini remotissime. La parte sommersa di queste montagne di ghiaccio è quasi invisibile ed è in rapporto di equilibrio e galleggiamento con quella che emerge. Quando questo rapporto cessa, l’iceberg può rovesciarsi fragorosamente e mostrare la sua parte rimasta per millenni nascosta».

A che punto è la sua ricerca artistica?

«Sono al punto in cui il mio lavoro si realizza con un sufficiente automatismo».

Di recente a Manoppello ha realizzato con sua moglie una casa-studio, premiata per la sua architettura, che coniuga arte e natura, tra lavoro e famiglia.

«Ho sempre disegnato ipotesi di case per noi, così quando Elisabetta ha ereditato un bosco, ne ho costruita una che contenesse studio e casa. Le finestre fanno entrare orizzontalmente la luce e permettono di vedere il paesaggio circostante».

Che momento vive l'arte contemporanea in Italia e in Abruzzo?

«È importante valutare la forte influenza che produce tra gli artisti nel mondo con dei veri e propri “casi”, penso ad Emilio Prini. L’Abruzzo poi possiede da alcuni decenni un grande prestigio e una scuola di artisti giovani inesauribile».

Quali artisti legati all'Abruzzo apprezza in particolare?

«Ettore Spalletti, Nunzio e Franco Summa».

Quale critica culturale solleverebbe in ambito regionale?

«Mi piacerebbe tornare alla fine del XIX secolo e stroncare polemicamente il prosciugamento del lago del Fucino, un luogo prima frequentato da artisti italiani e stranieri per le sue straordinarie vedute».

Quali progetti ha per l'immediato futuro?

«Restare un po' in Abruzzo, tra la campagna di Manoppello e il mare di Silvi, con mio figlio Gerolamo e mia moglie Elisabetta, nei luoghi dove la mia ricerca continua ad esprimersi al meglio».

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