Gli infermieri gemelli: noi al fronte senza paura

6 Aprile 2020

AVEZZANO. Gli occhi di un papà che non potrà rivedere i suoi bambini, la paura di un’anziana che non sa cosa le accadrà e il sorriso di quanti hanno capito che vinceranno questa battaglia contro il...

AVEZZANO. Gli occhi di un papà che non potrà rivedere i suoi bambini, la paura di un’anziana che non sa cosa le accadrà e il sorriso di quanti hanno capito che vinceranno questa battaglia contro il coronavirus e danno forza a tutti. Queste e altre sono le istantanee che tre infermieri marsicani hanno impresse negli occhi ogni giorno quando entrano nell’ospedale di Bergamo e si preparano ad affrontare la giornata di lavoro. Andrea e Simone Buttari, 32enni, sono gemelli nati e cresciuti ad Avezzano da dove cinque anni fa sono partiti per un’esperienza lavorativa a Bergamo dove poi si sono fermati. Con loro Lorenzo Falconi, coetaneo, avezzanese che a Bergamo ha portato anche la moglie di Antrosano e ha creato la sua famiglia. I tre avezzanesi a fine febbraio si sono ritrovati a lottare contro un virus che nel giro di poche settimane ha invaso l’Italia. Le giornate di lavoro vanno avanti tra turni estenuanti, preoccupazione e quella gioia che solo un paziente guarito può darti. «Qui il virus è iniziato ad arrivare poco dopo la metà di febbraio», hanno raccontato, «dopo il caso di Codogno abbiamo capito che qualcosa si stava sviluppando anche qui da noi, ma non ci aspettavamo di diventare uno dei focolai più grandi d’Europa. Le giornate sono cambiare, siamo rimasti a lavorare nei nostri settori, ma con ritmi e protocolli di sicurezza diversi. Non avevamo chiaro quello che stava accadendo e avevamo un po’ di paura».
La preoccupazione si è concretizzata poi all’inizio di marzo quando i protocolli di sicurezza sono diventati sempre più rigidi e la presenza nell’ospedale di Bergamo è stata sempre maggiore. «È iniziato a cambiare il modo di stare sul lavoro», hanno continuato i tre infermieri, «perché hanno iniziato a chiederci di applicare delle regole con dispositivi particolari e poi via via sono iniziati a cambiare i turni e oltre alla normale routine è stato chiesto di fare qualcosa in più».
Alla richiesta di fare quel qualcosa in più nessuno si è tirato indietro. «La paura quando entriamo la lasciamo fuori, spesso arriviamo a fine turno e non ci rendiamo conto di quello che stiamo vivendo», hanno aggiunto i tre avezzanesi, «il pensiero viene più quando usciamo e vediamo quello che sta succedendo nei telegiornali. Per questo abbiamo deciso di vivere serenamente quello che sta succedendo e di non avere il terrore di essere contagiati. È il nostro lavoro e lo dobbiamo fare. Nella gestione ordinaria abbiamo a che fare con pazienti malati che guariscono e c’è la soddisfazione di tutto il reparto. Adesso, spesso ci sentiamo impotenti perché non sappiamo come andrà a finire».
La quotidianità dei tre marsicani è cambiata. Si esce una volta ogni 10 giorni per fare la spesa e dopo il lavoro il desiderio è solo quello di tornare a casa e riposarsi. Sarebbero dovuti tornare per Pasqua nella Marsica, ma non potranno farlo. «Negli occhi dei pazienti c’è la paura e il terrore perché si sentono soli», hanno concluso, «cerchiamo di incoraggiarli ogni mattina, alcuni vanno nel panico e dobbiamo rassicurarli. Il fatto di non avere un familiare vicino o di non vedere nessuno è molto duro. Alcuni fanno video chiamate a casa, ma poi tante volte stanno male e non se la sentono. È un’intera generazione di anziani sterminata. In ospedale c’è chi ha perso tre-quattro parenti. Qualche giorno fa c’era un papà giovanissimo che ogni giorno peggiorava. Lui lo capiva ed era preoccupato perché da due settimane non vedeva la moglie e i bambini. Noi gli dicevamo di tenere duro, ha combattuto, ma, purtroppo, non ce l’ha fatta».
L’immagine che non dimenticheranno mai è quella dei carri armati in fila con le bare dei defunti: «Ci sono passati davanti casa ed è stato così che abbiamo tutti toccato con mano quello che stava accadendo».
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