Gli operatori delle cerimonie in piazza: lutto e velo bianco

PESCARA. Parte da Pescara la rivolta degli imprenditori e dei liberi professionisti del settore dei matrimoni e delle cerimonie che, nell’anno della pandemia, hanno visto ridursi i propri fatturati...
PESCARA. Parte da Pescara la rivolta degli imprenditori e dei liberi professionisti del settore dei matrimoni e delle cerimonie che, nell’anno della pandemia, hanno visto ridursi i propri fatturati fino al 90 per cento senza tuttavia beneficiare dei ristori contenuti nei diversi decreti governativi. Una manifestazione, organizzata da Marina Franceschini De Bonis, titolare di un atelier in città e referente per la Confcommercio abruzzese dei professionisti del wedding, si è tenuta mercoledì a piazza Montecitorio, a Roma. Circa cento i lavoratori di tutta Italia coinvolti, da Trieste a Rovigo, da Alessandria a Napoli, Benevento e Bari, passando per il Lazio e la Capitale, che si sono detti «dimenticati dal Governo e dai ristori» e hanno chiesto l’introduzione di aiuti nel prossimo Dpcm »per tutti coloro che nel 2020 hanno avuto una perdita comprovata di almeno il 50 per cento del fatturato rispetto all’anno precedente». In piazza con abiti da sposa e cartelli listati a lutto per celebrare il funerale dell’intero comparto, i titolari dei negozi di abiti da sposa e da cerimonia si sono fatti portavoce del grido di dolore che abbraccia fotografi, videomaker, musicisti, fioristi, parrucchieri, stilisti, gestori di location, wedding planner, attività di bomboniere e oggettistica e l’intero indotto che ruota intorno al settore spiegando, tra le altre cose, la necessità di far ripartire gli eventi in sicurezza. «Il settore wedding, cerimonie ed eventi», spiega Franceschini De Bonis, «è uno dei più colpiti dalla crisi collegata all’emergenza Covid, vista l’immediata chiusura di tutto ciò che genera assembramento o raggruppamento e il successivo restringimento numerico delle presenze che ha bloccato il 90 per cento delle celebrazioni. Per le aziende e gli operatori economici coinvolti in questo settore, la crisi avrà una durata ben superiore a quella dell’emergenza socio-sanitaria». La stima degli operatori, infatti, è circa due anni di perdite, ma se l’emergenza sanitaria non dovesse concludersi entro la metà del 2021 «il 30 per cento delle imprese artigiane della filiera cesserà l’attività, con punte del 45 per cento per le aziende attive nei comparti della moda e dell’artigianato artistico».

