Gli ucraini di Pescara: messa per la pace

Oggi nella chiesa del Sacro Cuore la comunità in preghiera contro la guerra. «Siamo integrati in città, ma legati alla patria»
PESCARA. Mentre proprio ieri, a Donetsk, in Ucraina, da un lato sono entrati 170 camion russi, per aiuti umanitari, e, dall’altro, per fortuna senza vittime, è saltata in aria una fabbrica di munizioni, oggi gli ucraini di Pescara e d’Abruzzo si riuniscono non solo per celebrare la natività della Beata Vergine Maria, ma anche per pregare invocando la pace in Ucraina nella disputa con Mosca.
L’appuntamento è nella chiesa del Sacro Cuore, alle 14.30, quando alla fine della messa greco- cattolica padre Lyubomyr inviterà i fedeli, in particolare i suoi connazionali, a recitare delle invocazioni per la terra natia. Connazionali ucraini che a Pescara sono tanti, circa 500, come riferisce Carlo Sanvitale, il responsabile abruzzese dell’Associazione culturale cristiana italo- ucraina, a Pescara sorta nel 2002, due anni dopo quella nazionale. Una comunità viva, quella ucraina di Pescara, partecipe della realtà cittadina nei fatti più quotidiani.
Già, «poiché il 99% di noi», spiega la moglie di Sanvitale, Mayya Chupriy, braccio destro del marito in tutte le sue attività (Sanvitale ha anche un’agenzia di servizi in via Pisa, tra l'altro sede dell’associazione italo-ucraina), e ucraina doc, con tanto di laurea in Economia e commercio conseguita in patria, «è impiegato nel lavoro di badante, di baby sitter o comunque in lavori domestici. E il 70-80% di noi ha la laurea», specifica sfoggiando un ottimo italiano.
Insomma, vivono nelle case dei pescaresi, a stretto contatto con le famiglie, dai più anziani ai più piccoli. Senza però mai dimenticare la terra d’origine. Sì, perché gli ucraini pescaresi, sia per darsi una forma compiuta di comunità, sia per tener ben saldo il legame con le proprie radici, ogni domenica, vicino alla stazione centrale, nella zona più a nord dell’area di risulta, nella mattinata, dalle 8.30 in poi, si riuniscono per inviare ai familiari rimasti in Ucraina ogni genere di merce, dall’alimentare all’abbigliamento, attraverso sei pullmini che fanno la spola tra i diversi paesi dell’Ucraina e Pescara. «Noi cerchiamo di spendere il meno possibile», evidenzia Chupriy, «e mandiamo il più possibile ai nostri cari».
Ma questo non vuol dire che gli ucraini non immettano i loro averi nel circuito territoriale. «Qui a Pescara, ad esempio, abbiamo comprato case con dei mutui», rileva la moglie di Sanvitale, «o alimentiamo il mercato immobiliare attraverso gli affitti per gli appartamenti».
Ma l’incontro settimanale degli ucraini non si limita all’invio dei pacchi verso la casa di provenienza. Sempre di domenica, alle 14 e 30, proprio come oggi, ci si incontra anche per partecipare alla messa nella chiesa del Sacro Cuore, con una celebrazione più lunga di quella cattolica: infatti, essendo più «cantata», può anche arrivare alle due ore di durata. Caratteristica poi è la messa della Pasqua, nella quale alcuni si vestono con abiti tradizionali, portando cestini pieni di prodotti alimentari.
E poi c’è l’associazione messa su da Sanvitale, autentico punto di riferimento per tutti gli ucraini pescaresi e abruzzesi. «Noi risolviamo qualsiasi problema in cui possa incorrere un ucraino», fa sapere Sanvitale, che con Mayya, conosciuta sul lavoro e poi sposata nel 2004, vive ad Ortona. Un'associazione che funge anche da trait d’union tra domanda e offerta di lavoro, senza però assurgere ad ufficio di collocamento.
«Davanti alla chiesa del Sacro Cuore», rivela il responsabile dell’associazione italo-ucraina, «in una bacheca mettiamo gli annunci delle famiglie che ci hanno chiamati e che hanno bisogno, ad esempio, di una badante. Ma noi ci limitiamo solo a fornire il numero di telefono di chi ha offerto il lavoro, non facciamo da tramite», puntualizza.
Insomma, una comunità, quella ucraina, compatta, che si divide solo sulla nostalgia. «Ci sono quelli un po’ più avanti con l’età», conclude Chupriy, «i quali vorrebbero un giorno tornare in patria, e poi i giovani che desiderano solo rimanere in Italia».
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