Grazia, la dottoressa pescarese che salva i bambini in Africa

1 Agosto 2018

Dopo 40 anni all’ospedale civile come chirurgo pediatrico, Andriani ha creato una Fondazione «Finché la salute mi assiste, porterò la mia opera a sole sei ore di volo da qui a chi ne ha bisogno»

PESCARA. I bambini africani, che lei ama come fossero tutti suoi figli, la chiamano dottoressa Grazia. Quando lei appare, in sala operatoria con la buffa mascherina sul viso, i bimbi, affetti da malformazioni a rischio, sanno che l’angelo venuto da Pescara tenterà di salvare le loro vite. E quando la dottoressa Grazia ritorna dai suoi viaggi, non dimentica mai di portare valigie colme di giocattoli, trombette e bamboline, per i suoi bambini che la abbracciano e la baciano come fosse la loro mamma.
Mariagrazia Andriani, pescarese, chirurgo pediatra con riconoscimento di alta specializzazione in urologia pediatrica, moglie del giornalista Rai Francesco Totoro e madre di Alessandro e Stefano, 40 e 38 anni, di piccole vite ne ha salvate migliaia in quasi 40 anni di carriera. Prima al Santo Spirito e, negli ultimi tre anni, volando tra Etiopia, Haiti, Tanzania, Sudan, a capo della “Ada Manes foundation for children onlus” da lei stessa fondata a Pescara nel gennaio 2015. La dottoressa parla inglese e francese e sta studiando il creolo per facilitare le comunicazioni con altri popoli. Dopo la pensione, non ha voluto mettere da parte il bisturi, ma ha trasformato la sua passione per il lavoro in una missione di vita.
Un intenso percorso professionale iniziato negli Anni Ottanta (dopo le lauree tra Chieti e Verona)nel reparto di chirurgia pediatrica dell’ospedale cittadino al fianco del professor Vincenzo Jasonni e, in seguito, accanto a Pierluigi Lelli Chiesa, direttore dell’Unità operativa di chirurgia pediatrica del Santo Spirito. Una collaborazione che continua con Lelli Chiesa, direttore scientifico del progetto Sudan, (che nasce tra Università di Chieti e “Gezira university” in Sudan ed è supportato dalla Aics, Agenzia italiana della cooperazione e sviluppo) che si occupa della formazione di chirurghi pediatri in quelle zone. Prossima missione a ottobre nel Wad Madani hospital in Sudan. Del network di professionisti che gravitano intorno alla fondazione Ada Manes e altri circuiti, fanno parte medici quali Sandro Calisti, Bruno Turchetta, Paola Presutti, Ivana Prussiani, Antonio Aloi.
Mariagrazia Andriani è tra i vincitori del premio Dean Martin (undicesima edizione a cura dell’omonima fondazione diretta da Alessandra Portinari) agli abruzzesi che si sono distinti nella loro professione. L’8 agosto, la premiazione a Montesilvano colle. A ottobre, la Andriani riceverà a Milano il premio “Stella al merito sociale” dall’associazione cultura e solidarietà.
Dottoressa Andriani, come nasce la Fondazione Ada Manes onlus?
Tutto ha inizio quando Ada Manes, benefattrice di origini genovesi, donna di chiesa e di cultura, affida i suoi risparmi a una banca. Al direttore disse: “Affido a lei i miei risparmi, in modo che possano arrivare ai più deboli. Non ho eredi. So che troverà il modo giusto per destinarli a chi ha bisogno”. Il direttore mi contattò per elaborare un progetto che io avevo in animo di realizzare da tempo, appunto, la fondazione. Una onlus che potesse aiutare a restituire una infanzia normale ai bimbi che soffrono di patologie talmente gravi, come le malformazioni anorettali o onfalocele (intestino fuori dell’addome) per le quali l’unica soluzione è l’intervento chirurgico. Purtroppo, spesso i genitori dei tanti piccoli malati, arrivano in ritardo nei nostri ospedali perché prima preferiscono affidarsi alle cure alternative di sedicenti medici. Non sempre i bimbi ce la fanno ed è un dolore immenso. All’Hiwo hospital di Quhia, in Etiopia, in collaborazione con l’associazione Lazio chirurgia solidale, nell’arco di due settimane abbiamo operato una cinquantina di bambini al giorno, dalla mattina a notte fonda. Sono esperienze incredibili, che ti cambiano la vita.
Quando e come ha deciso di portare la sua esperienza di medico nei Paesi africani?
Dopo aver concluso il percorso professionale all’ospedale della mia città, ho voluto continuare il mio lavoro. Finché la salute mi assiste porterò la mia opera, a sole 6 ore di volo da qui, dove altri bambini è giusto che abbiano le stesse possibilità di altri di essere curati con strumenti altamente tecnologici. Ovunque io vada, lascio in quelle terre un pezzetto di cuore.
Il suo prossimo obiettivo?
Donare all’unità di chirurgia pediatrica di Pescara uno strumento per le terapie dei tumori infantili.
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