«Grazie ai pescaresi per l’affetto»

Elisa, da 23 anni in città: lotto per non far andare mio nipote al fronte
PESCARA. «Questa notte a Volocisk gli allarmi delle sirene antibombardamento hanno suonato otto volte. E per otto volte mia madre di 72 anni, con la bombola dell’ossigeno attaccata al viso per respirare, accompagnata da mia sorella, è dovuta scendere dal terzo piano di casa per rifugiarsi nel sottoscala. Mi sento impotente per loro e stiamo tutti morendo di paura».
È disperata Yelizaveta Pokhytun, Elisa qui a Pescara, 45 anni, operatrice socio sanitaria dell'ospedale, da 23 anni residente a Civitaquana, ma originaria di Volocisk, distante 400 km da Kiev, dove vivono la madre malata Nina e la sorella Liuba, veterinaria. Il figlio di Liuba, il nipote 19enne di Elisa ospite da lei da un paio di settimane «scalpita per tornare in Ucrania a combattere». È questo l'altro grandissimo cruccio di Elisa, madre di due figli di 20 e 27 anni, a casa con la suocera di 92 anni. «Non permetterò che mio nipote, venuto a stare da me una settimana prima dei bombardamenti, rischi la vita per andare al fronte. Sto lottando per non farlo andare via da qui». Il desiderio di Elisa è riunire la famiglia, «ma è troppo pericoloso, mia madre non potrebbe affrontare 350 chilometri per raggiungere la dogana più vicina, quella polacca. A causa della sua patologia, è attaccata alle bombole di ossigeno che già scarseggiano in ospedale. E non è possibile che mia sorella possa mettersi in marcia con i ponti saltati, le strade impraticabili e invase dai mezzi militari, i droni che sorvolano i cieli». C’è solo l’attesa snervante che tutto finisca presto.
Intanto chi rimane a Pescara manda denaro a chi non può muoversi dal territorio bellico: «I nostri soldi», spiega Elisa, «servono non solo per cibo e farmaci, ma anche per permettere ai militari di acquistare divise, giubbotti antiproiettile e caschi protettivi. Adesso i nostri uomini stanno combattendo solo con le scarpe da ginnastica ai piedi. Mai avremmo pensato che Putin arrivasse a tanto, né lui immaginava la nostra resistenza. Essendo io nata in Unione sovietica, questa situazione mi fa ancora più male. Fortuna che, grazie a collegamenti telefonici che il nostro gestore ci mette gratuitamente a disposizione, riesco a sentire spesso i miei familiari. Ho il cuore lacerato, perché vorrei andare in Ucraina a riprendermi mamma e sorella, ma qui non posso lasciare da soli i miei figli. Ma voglio ringraziare i miei compaesani e i pescaresi per il grande affetto che mi stanno dimostrando». (c.co.)

