«Grazie Montesilvano una città che ho amato»

3 Giugno 2016

La storia di un pensionato dell’Aquila: sfollato dopo il terremoto del 2009 ha vissuto al mare per tre anni, ma adesso deve tornare nel capoluogo

MONTESILVANO. Ad agosto tornerà nella sua casa aquilana, oggi ricostruita, che aveva lasciato 7 anni fa, dopo il terremoto del 6 aprile 2009. Sfollato per i primi mesi a Pineto e poi a Milano, Domenico Tresca, pensionato di 77 anni, ha vissuto gli ultimi tre anni a Montesilvano. Una città che inizialmente «non avevo amato» e che oggi «non vorrei lasciare perché mi sono affezionato alla gente e il clima è quello giusto per me». Però il contratto di affitto è in scadenza e deve tornare nella sua abitazione di via Teramo, quella danneggiata dal terremoto e poi ristrutturata in questi anni. Quella acquistata con il sudore di quando era manager di Enel Telecomunicazioni e nella quale ha vissuto con la sua adorata compagna di vita che lo ha lasciato un anno e mezzo prima della grande tragediache ha colpito L’Aquila.

Originario di Lucoli, pensionato da venti anni, Tresca, è padre di due figli, Stefano Luigi, creatore di start up internazionali e autore di best-seller a Londra dove vive e lavora, e un’altra figlia che sta per raggiungere il fratello nella City. Il destino del pensionato, in questi 7 anni, si è plasmato accanto a quello dei figli. Stefano Luigi viveva a Milano e Domenico lo ha raggiunto e gli è stato accanto per 4 anni. La figlia è andata a vivere a Montesilvano e il padre non ha voluto lasciarla sola. Ma ora entrambi i figli vivranno a Londra. All’Aquila, Domenico avrà una grande casa e una, altrettanto, immensa solitudine. «Vorrei andarmene a vivere in una residenza per anziani per non stare da solo, ma sarà difficile affittare la mia casa, il mercato è fermo in questo momento all’Aquila».

Sono ancora vivi i ricordi di quella notte: «Nel pomeriggio del 5 aprile», ricorda Tresca, «avevo parlato con il mio amico Giampaolo Giuliani (ex tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario distaccato ai Laboratori Nazionali del Gran Sasso) il quale mi aveva messo in guardia: stai attento, mi disse, perché il radon sta crescendo e questi della Protezione civile sono troppo ottimisti, il pericolo è in agguato». Quella notte il pensionato non dormì, aveva paura: «Sono andato a letto vestito con pantalone e maglione, ancora una tuta sopra e le scarpe pronte per essere infilate. Avevo anche preparato una sacca con indumenti, pigiama, maglioni e calzini. Alle 3,32 ero sveglio, terrorizzato. Arriva la scossa brutta. Salto dal letto, mi rifugio sotto una veranda, batto la testa a causa del movimento ondulatorio (ho ancora il bernoccolo) e corro lungo le scale che si erano aperte. Ai lati, il vuoto. Quattro piani a perdifiato. Scrosciava acqua, le tubature si erano rotte e le pareti al primo piano non esistevano più. Nel palazzo non era rimasto più nessuno, ero solo ma non lo sapevo, le 11 famiglie erano scese in strada dopo la prima scossa delle 22. Erano tutti radunati davanti alla chiesa di Santa Rita, ricordo il caos, la disorganizzazione, il timore per il futuro». Domenico si commuove al ricordo del campanile di San Bernardino: «È crollato sotto i miei occhi». Quella stessa notte partì per Roma: non ce la faceca a guardare la sua L’Aquila ferita. Anni di pellegrinaggio in giro per l’Italia, sui comodini le foto di famiglia e l’approdo a Montesilvano, tre anni fa: «Da qui non vorrei andarmene, ma la casa è stata ricostruita e la mia vita ora ricomincia, ancora, all’Aquila».

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