Guanciale racconta il sisma in tv: storie di vittime e sopravvissuti

6 Aprile 2019

L’AQUILA. Il boato, la polvere, le urla, le lacrime. Ma soprattutto il caso che si intreccia nelle storie di voci e volti di sette ragazzi. Quelli che Lino Guanciale ha portato su Raidue ieri sera...

L’AQUILA. Il boato, la polvere, le urla, le lacrime. Ma soprattutto il caso che si intreccia nelle storie di voci e volti di sette ragazzi. Quelli che Lino Guanciale ha portato su Raidue ieri sera con il docufilm “L’Aquila, 03:32 – La generazione dimenticata”. L’amatissimo attore di Avezzano ha ripercorso il prima e il dopo di quella notte di dieci anni fa. Puntando l’obiettivo della telecamera su vicende dimenticate. Come quelle degli oltre 1.600 feriti.
Quali sensazioni ha provato tornando all’Aquila?
«Tante e controverse. L’Aquila è stata per molti di noi un punto di riferimento, lo è stata per chi vi ha studiato o per chi, come me, ha giocato a rugby. Il terremoto che l’ha distrutta ha aperto ferite in quanti hanno ricordi della propria vita all’Aquila. Almeno una volta all’anno ci torno, perché ho un legame forte con il capoluogo della nostra regione. Ma tante cose non le avevo viste, perché ero tornato soprattutto in luoghi simbolo del mio passato sportivo. Per girare il docufilm sono stato invece in posti che non conoscevo, come via Campo di Fossa, o dove non ero stato da prima del terremoto, come la zona dove un tempo sorgeva lo Student bar. Sono riemerse le mie ferite e ho incontrato sette ragazzi sopravvissuti, ragazzi che si sono dati un gran da fare per andare avanti con le loro vite e per portare in fondo i loro sogni, ragazzi giganteschi. Alcuni di loro mi hanno confidato che i lutti li stanno elaborando solo adesso».
Generazione dimenticata. Un docufilm di denuncia.
«Nei ragazzi c’è la delusione di essere stati lasciati soli. Le loro famiglie hanno dovuto affrontare spese di viaggio per cure o hanno dovuto fare ricorso a permessi di lavoro. Il nostro Stato è stato latitante sotto questo aspetto. La mia è una scoperta di cose che non hanno funzionato. E lo dico senza malanimo, ma per amore della verità. Il documentario si intitola generazione dimenticata perché quella precedente è stata lacunosa, lassista, permissiva».
E L’Aquila è dimenticata?
«Chi conosceva L’Aquila prima sapeva che la sua peculiarità era la grande vivacità culturale nel centro, sia di giorno che di sera. Oggi quella vita in centro non c’è. Credo che gli errori più grandi siano stati fatti in questa direzione, nel non restituire la sua vivacità. È bene che il Paese intero faccia tesoro di questo».
Si parla spesso di caso in quest’opera.
«Dalle storie viene fuori l’enorme, sconvolgente peso che ha il caso: il caso che salva te e non la persona che dorme a 30 centimetri da te, il caso che ti fa dormire in auto, il caso che ti strappa tutto e ti fa scontare un senso di colpa enorme anche se colpe non ne hai».
Eppure c’è speranza.
«Viene fuori un messaggio: la speranza non è solo un sogno vuoto, ma è fatta di materia. Questi ragazzi hanno attraversato il dolore e sono tornati con la memoria a quei giorni per finire di fare i conti col passato. È possibile farcela, anche se si esce fuori segnati».
A suo giudizio, che cosa insegna la storia del terremoto dell’Aquila?
«Sono quattro livelli d’insegnamento. Il primo riguarda i criteri con cui si costruisce. Ci sono state condanne con colpevoli che l’anagrafe s’è portata via, ma è emerso che i palazzi erano stati costruiti male. Il secondo è nella comunicazione. Difficile individuare una responsabilità singola, ma non andava comunicata vagamente tranquillità. Lo sciame era talmente importante che forse la strategia era quella di tenere tutti buoni per evitare il panico. Per quanto riguarda il terzo livello torno a quanto detto. Si è pensato all’immediata chiusura del centro senza l’obiettivo di riportarvi le persone. E poi c’è un’ultima cosa: non può essere che chi sopravvive debba sobbarcarsi il carico della sua riabilitazione».
Lo dice con rabbia.
«Certo, perché fa anche rabbia che ci voglia un decennale per ricordarsi di certe cose».
E passate le cerimonie?
«È urgente, mi ripeto, una presa di posizione politica forte per restituire vitalità al centro».
Può aiutare la cultura?
«Moltissimo. Su luoghi come il teatro o il Conservatorio bisogna puntare con ancora più decisione, va riportata la vita culturale nel centro della città».
Gli aquilani? Ha trovato cambiamenti?
«Non posso permettermi di dare un giudizio. Ho trovato gente ancora oggi segnata dal trauma. Ma sì, ho trovato gli aquilani cambiati, con una maggiore apertura rispetto al passato e una maggiore voglia di raccontarsi. Quando una tragedia accade, chi resta è chiamato a dare un senso a quello che viene dopo. A me sembra che questa volontà gli aquilani ce l’abbiano forte».
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