guerra, prigionia, torture, la lunga strada verso casa: i racconti del finanziere

27 Gennaio 2018

«Ho vissuto ogni giorno come fosse l’ultimo. All’alba una domanda: resterò vivo fino a sera?». Così Ermando Parete descriveva il suo stato d’animo durante la prigionia nel campo di sterminio nazista,...

«Ho vissuto ogni giorno come fosse l’ultimo. All’alba una domanda: resterò vivo fino a sera?». Così Ermando Parete descriveva il suo stato d’animo durante la prigionia nel campo di sterminio nazista, di cui portava i segni nell’anima e nel corpo. Anche dopo anni dalla liberazione il sottufficiale della Finanza continuerà a non riuscire a dormire se non con la luce accesa, a non entrare negli ascensori perché non avrebbe retto al senso di claustrofobia. Nato ad Abbateggio il 15 febbraio del 1923, Parete a 20 anni (nella foto) si arruola nella guardia di finanza. Dopo l’ addestramento viene inviato a combattere in territorio jugoslavo. L’armistizio dell’8 settembre 1943 coglie i soldati in condizioni di sbandamento generale. Parete si unisce ai partigiani, con l’intento di attraversare il confine e far ritorno a casa. A Cimadolmo (Treviso) viene catturato dai repubblichini, che gli propongono di passare tra le loro fila. Il suo rifiuto lo condanna alla prigionia nel campo di Dachau.
Con il numero 142192 tatuato sul braccio sinistro, e assegnato alla manutenzione e riparazione dei tracciati ferroviari, con turni di lavori forzati anche di 12 ore al giorno.
Subisce minacce, violenze e torture dei soldati tedeschi, che lo sottopongono anche a esperimenti “scientifici”, tra cui la terribile prova, dall’esito spesso letale, dell’ibernazione: un’immersione in acqua gelida per studiare il grado di resistenza di un essere umano al freddo. Voleva uccidersi dopo quella esperienza, racconterà, buttandosi contro il filo spinato elettrificato del campo. A fermarlo il ricordo delle parole del padre che, disperato dalla sua partenza , pronosticava che non ce l’avrebbe fatta a tornare vivo. E lui invece lo aveva rassicurato. Il 29 aprile 1945 viene liberato dalla Settima armata americana. Pesa 29 chili ma riesce a raggiungere il suo paese in Abruzzo camminando per 37 giorni e 36 notti. Sua madre, raccontava sorridendo, aveva fatto voto che se lui fosse tornato vivo sarebbero andati a piedi da Abbateggio al Volto Santo di Manoppello. Dunque, appena riprese un po’ di torze gli «toccò camminare ancora». Al termine della guerra rientra in servizio nella Finanza fino al congedo, nel 1969, con il grado di vicebrigadiere. Da allora si adopera per non disperdere le testimonianze sugli orrori dell’Olocausto.