Ha ucciso la moglie, ora Parolisi può chiedere permessi premio

L’ex caporal maggiore dell’esercito condannato a vent’anni per l’assassinio di Melania Rea Ha scontato la metà della pena, nel carcere di Bollate studia e vuole laurearsi in giurisprudenza
TERAMO. Le coltellate possono arrivare anche dopo le sentenze di condanna perché le tappe obbligate di un procedimento giudiziario scandiscono tragedie che con il tempo diventano ancora più dolorose. Nell’altra vita del 41enne ex caporal maggiore Salvatore Parolisi – quella di detenuto nel carcere milanese di Bollate con una condanna definitiva a vent’anni per l’omicidio della moglie Melania Rea – da ieri c’è la possibilità di chiedere permessi premi così come prevede la legge quando un recluso ha scontato la metà della pena. Sullo sfondo un Paese che, alle prese con pandemia e crisi economica, torna a dibattere su uno dei casi più seguiti della cronaca giudiziaria. Parolisi è passato dall’ergastolo del primo grado ai trent’anni in appello e, successivamente al ricorso in Cassazione che ha eliminato l’aggravante della crudeltà, agli attuali vent’anni.
L’ex militare della caserma Clementi di Ascoli destinatario di decine di lettere di fan (come la cronaca racconta dai tempi di Pietro Maso in poi) e fino a qualche anno fa protagonista di una pagina Facebook con duemila iscritti convinti della sua innocenza, ha sempre ripetuto che non ha ammazzato sua moglie, che l’ha tradita ma non uccisa nel bosco di Ripe di Civitella del Tronto. Che quell’11 aprile di nove anni fa è rimasto a far dondolare la figlia sull’altalena del pianoro di Colle San Marco, mentre Melania è sparita alla ricerca di un bagno. Ma fino ad oggi nessun giudice gli ha creduto.
NEL CARCERE DI BOLLATE. Dopo un passato nel carcere teramano di Castrogno e in quello di Pavia, da qualche anno Parolisi si trova nel penitenziario di Bollate. Degradato dall’Esercito e con la revoca della potestà genitoriale, in cella si è diplomato perito agrario e messo a studiare giurisprudenza. Dai report dei vari istituti esce la descrizione di un detenuto modello. In carcere da luglio 2011 può chiedere di usufruire dei permessi premio visto che per effetto di vari sconti è a metà della pena considerato che per ogni semestre la legge prevede una riduzione di 45 giorni . Perché, come spesso accade, gli sconti di pena (previsti dai vari ordinamenti) trasformano le sentenze di condanna in una indicazione di massima.
I PERMESSI PREMIO. I permessi premio per i detenuti sono previsti dall’articolo 30 della legge 354 del 1975, il cosiddetto ordinamento penitenziario. Possono andare da un’ora a 15 giorni consecutivi per un massimo di 45 giorni. Possono essere chiesti dai detenuti che hanno scontato metà della pena e che «non risultano socialmente pericolosi». La richiesta viene fatta al magistrato di sorveglianza che decide sentito il parere degli educatori, psicologi e del direttore del carcere. L’esperienza dei permessi premio è parte integrante del programma di trattamento e deve essere seguita dagli educatori e assistenti sociali penitenziari in collaborazione con gli operatori sociali del territorio. Negli ultimi anni, intorno alla concessione dei permessi premio ai detenuti condannati in via definitiva, ha registrato polemiche a non finire a cominciare da quelle esplose per Annamaria Franzoni. Perché il dolore è materia delicata.
LA CASSAZIONE.
Raccontare il caso Parolisi non può prescindere dalle motivazioni della Cassazione che bolla come «falso e doppio» il comportamento dell’ex militare nel suo rapporto con la moglie Melania e con l’amante Ludovica. Con i giudici che scrivono : «Doppiezza e falsità costituiscono l’humus psicologico per lo scatenamento della furia omicida». È ancora: «uccise Melania in un dolo d’impeto», poi «con lucidità e prontezza» mise in atto una «strategia di depistaggio». Sviò le indagini, provò a cancellare i rapporti con l’allieva della caserma di Ascoli Piceni in cui addestrava soldatesse, rese «false informazioni agli inquirenti». Fu la stessa Suprema Corte a disporre un appello bis, davanti alla Corte d’assise d’appello di Perugia, eliminando l’aggravante della crudeltà. Perchè per la Suprema Corte, giuridicamente, non è possibile contestarla in un delitto non premeditato. I giudici di Perugia, pur rivedendo la pena al ribasso senza l’aggravante della crudeltà, non hanno riconosciuto a Parolisi le attenuando generiche motivando in maniera circostanziata i perché di tale decisione: dall’aver lasciato la donna agonizzante al vilipendio, dai falsi alibi alla mancata collaborazione con gli investigatori. «Egli non ha ammesso gli addebiti», hanno scritto, «non ha palesato segni di resipiscenza, non ha fornito alcuni contributo utile all’accertamento della verità e per contro ha costantemente, fin dal primo momento, operato per alterare il corso delle indagini e nascondere le tracce».
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