«Ho cercato di salvare mia moglie»

Morta per maltrattamenti, il marito imputato si difende in aula: «Beveva sempre»
PESCARA. «Io non c'entro niente con la morte di Monica». Gelu Cherciu, il romeno di 67 anni finito davanti alla Corte d'Assise di Chieti accusato della morte della sua convivente, Monica Gondos (anche lei romena), così ha esordito davanti alla Corte presieduta dal giudice Guido Campli che lo sta giudicando per maltrattamenti in famiglia continuati e aggravati dalla morte della donna (avvenuta la sera del 30 maggio dello scorso anno). Dichiarazioni spontanee che ha voluto rendere prima della discussione, che è prevista per il 30 settembre prossimo, e dunque senza permettere alla pubblica accusa, rappresentata dal pm Anna Benigni che ha condotto l'inchiesta, di potergli porre qualsiasi domanda. Assistito dal suo legale di fiducia, l'avvocato Fabrizio Giannini, l'imputato ha voluto fornire la sua versione dei fatti, anche se poi sulla dinamica di quanto accaduto quel giorno non ha detto nulla. «Quel giorno sono uscito di casa intorno alle 12 per andare a lavorare in campagna e sono tornato alle 18, quando ho trovato il corpo in fondo alle scale». Sei ore di assenza da casa che rappresenterebbero l'alibi di Cherciu. La vittima in effetti venne trovata dagli investigatori per le scale, ma quasi davanti al pianerottolo di casa e non come sostiene l'imputato in fondo ad una ripida scalinata. «Forse è scivolata», ha aggiunto Cherciu ai giudici, «beveva sempre. Eppoi io ho provato a spostarla e rianimarla», così ha detto anche per spiegare le sue iniziali dichiarazioni. L'imputato ha poi ammesso che quel giorno anche lui aveva bevuto molto mentre faceva i lavori in campagna tanto che a un certo punto ha anche riferito di non ricordare molto perché si era addormentato e si risvegliò mentre i medici gli facevano i rilievi sul tasso alcolico. Anche sul fatto che i carabinieri intervenuti sul posto lo trovarono in mutande, Cherciu ha cercato di imbastire una giustificazione: «In campagna mi ero bagnato la maglietta che mi sono tolto una volta a casa, così come anche le scarpe sporche di fango». Ma poi non si capisce quando lo avrebbe fatto visto che ha anche detto di aver subito soccorso la donna e cercato di rianimarla. E poi ha voluto parlare di come ha conosciuto Monica, dei rapporti con lei, tutti elementi irrilevanti. Ieri dovevano essere sentite anche le due figlie della vittima che la scorsa udienza non si erano presentate. Ma anche ieri hanno disertato l'aula, tanto che la Corte ha poi deciso di andare avanti lo stesso e di chiudere la fase istruttoria. A pesare contro l'imputato sono comunque sicuramente le foto scattate dagli inquirenti sul corpo di Monica e soprattutto il risultato dell'autopsia. La vittima presentava ecchimosi su tutto il corpo e da tutti i lati, non compatibili con una semplice caduta per le scale come affermò il consulente della procura.
«Erano riconducibili», disse il perito in udienza, «a eventi traumatici a elevata energia quali un pugno e non a un evento accidentale». Stando all'autopsia, il decesso sarebbe sopraggiunto a causa di due costole rotte che le bucarono il polmone, conseguenza di un colpo violentissimo ricevuto sulla schiena. Nel processo nessuno dei familiari di Monica si è costituito parte civile e d'altronde la loro assenza ripetuta spiega tante cose. Le figlie, che a suo tempo vennero sentite dal pm Benigni, avrebbero dovuto riferire su quei quattro lunghi anni di violenze di cui erano venute a conoscenza direttamente dalla madre che, in alcuni casi, fu costretta a rifugiarsi da loro. Il 30 settembre la sentenza.

