«I camion mettevano i rifiuti sotto terra»

19 Febbraio 2017

La testimonianza di un residente fu la svolta dell’indagine nel 2007: ecco la deposizione alla forestale

PESCARA. Il camion che scaricava rifiuti sotto terra a Bussi l’aveva visto quando era ancora un ragazzino e vendeva gli abbonamenti per gli autobus del compare davanti alla stazione. Arrivò grazie al ricordo di un residente la svolta nell’inchiesta sulla discarica di Bussi: fu lui il primo a indirizzare gli agenti della forestale in località Tre Monti, sotto il viadotto dell’A25 per Roma. Senza quella testimonianza, forse, i veleni di Bussi sarebbero rimasti un segreto chissà fino a quando. Perché, fino al 13 dicembre del 2006, l’indagine riguardava le tracce di sostanze inquinanti trovate nei pozzi dell’acqua potabile di Colle Sant’Angelo a Tocco da Casauria ma nessuno aveva idea da dove venisse quella contaminazione. Poi, arrivò l’imbeccata del testimone: un racconto «preciso» affidato agli uomini di Guido Conti, all’epoca comandante della forestale di Pescara e ora al vertice del comando dell’Umbria con il grado di generale. Un ricordo che riporta agli anni Settanta, in una Bussi in cui contava solo il lavoro e in cui il rispetto per l’ambiente non esisteva: il testimone disse che aveva visto i «camion» scaricare i veleni della chimica in «buche» nella terra. Ecco la deposizione che cambiò l’indagine: «Negli anni 1969/70 frequentavo la scuola e aiutavo il mio compare, proprietario di autobus di linea, a fare gli abbonamenti e spesso mi trovavo alla stazione di Bussi Officine, in attesa delle coincidenze tra l’autobus e i treni. Durante queste attese, mi è capitato di vedere, almeno 4 o 5 volte, a distanza di vari giorni una dall’altra, nell’area prospiciente la stazione, verso il fiume Pescara, un camion modello Fiat 642 di colore rosso, di proprietà della vecchia Montecatini, la fabbrica di sostanze chimiche di Bussi Officine, ora Solvay, che trasportava e depositava all’interno di buche realizzate in precedenza, dei blocchi di cemento delle dimensioni di circa un metro cubo, mediante l’utilizzo di una gru di marca Orming a tre ruote, anch’essa di proprietà della vecchia Montecatini». Poi, disse ancora il testimone, le buche venivano ricoperte «tramite l’utilizzo di una ruspa. Ricordo che due degli autisti dei mezzi utilizzati per il trasporto e reinterro dei contenitori in cemento, sono attualmente deceduti». Un racconto di «grande precisione» secondo i pm Anna Rita Mantini e Giuseppe Bellelli che subentrarono al primo magistrato che aprì il fascicolo, Aldo Aceto. Per la procura, è una testimonianza decisiva: «Come dire: andate a guardare nel sito dell’area Montedison in Bussi perché tutti sanno che lì nel passato sono stati recapitati prodotti derivanti da produzioni chimiche pericolose», così hanno detto Mantini e Bellelli nella requisitoria davanti alla Corte d’Assise di Chieti alla vigilia della sentenza che, in primo grado, ha assolto i 19 imputati dal reato di avvelenamento delle acque.

Dopo la testimonianza, la forestale andò a Tre Monti e dopo i primi colpi di ruspa una nuvola di fumo si sprigionò dal terreno: erano i veleni nascosti.

Anche un altro testimone, ex dipendente del polo chimico, raccontò «di aver visto dei camion e un trattore tenere sempre il terreno pulito» nella zona della discarica. E riferì ai pm di «una scena delicatissima» a detta della procura: «Una sera ho visto una lepre con un paio di leprotti, sono passati lungo il recinto e andavano a bere al fiume. E quella sera ho visto il piccirillo della lepre, ha cominciato a mangiare l’erba che stava dentro al recinto e si è morto, è rimasto là, e la mamma non lo voleva lasciare, però dopo quando ha visto che mi sono avvicinato a vedere che era successo, dopo è scappata. Capito». (p.l.)