I centri sportivi vogliono riaprire

Nasce un’associazione di gestori e proprietari: «Pronti a lavorare in sicurezza»
PESCARA. Perché dieci amici possono stare insieme a tavola e non su un campo da calcetto? È uno dei presupposti dai quali partono le richieste dei gestori degli impianti sportivi abruzzesi, che chiedono alla Regione di consentire la riapertura delle proprie strutture. Oggi in videoconferenza si riuniscono in oltre cinquanta tra gestori e proprietari di strutture sparse su tutto il territorio regionale, per mettere a punto una linea di comune in vista di un incontro previsto per la prossima settimana con la Regione.
«Siamo pronti a riaprire in piena sicurezza e con tutti gli accorgimenti del caso», spiega Marco Terzini, uno dei promotori dell’associazione che si sta costituendo in questi giorni. «Ci chiediamo», spiega Terzini, «perché si possa stare in otto sotto un ombrellone, in dieci a tavola o in una casa privata, e non in un campo di calcetto o di basket, dove magari si ritrovano amici pienamente coscienti delle possibilità che ognuno di loro ha avuto di entrare in contatto con un contagiato», continua Terzini, che gestisce i campi New Dribbling in via Alento.
«Ci stiamo costituendo in associazione per tutelare i nostri interessi», continua Terzini, «e mano a mano stiamo ricevendo adesioni da tutto l’Abruzzo: per questo invitiamo gestori e proprietari di impianti di calcio, calcetto e calciotto, basket, tennis e pallavolo a contattarci». Chi fosse interessato, può contattare Terzini (334.8145936) e chi insieme a lui ha lanciato l’iniziativa: Massimiliano Ferrara del Tikitaka (328.5943272), Giacomo De Angelis (392.3028516) del centro sportivo Fair Play di Collecorvino e Fabrizio Donatelli (334.1661624) del Taim Aut di Cappelle sul Tavo.
Dopo la riunione di oggi, il gruppo aspetta la conferma di un incontro con gli assessori regionali allo Spot Guido Liris e alla Salute Nicoletta Verì. «Chiediamo semplicemente di riaprire perché abbiamo la possibilità di garantire tutte le norme di sicurezza, a partire dalla misurazione della temperatura all’ingresso», conclude Terzini, «se ciò non dovesse esserci concesso, non possiamo che chiedere un vero sostegno economico, visto che i nostri dipendenti stanno ancora aspettando la cassa integrazione, e molti di noi non hanno la possibilità di accedere al bonus da 600 euro».
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