I dieci anni del Niagara raccontati da Sala dj

3 Gennaio 2016

«Facevamo 2mila persone a serata, il sabato sera piazza Salotto si trasferiva lì» «Andavo a Rimini ogni 15 giorni a comprare le novità, ogni volta era un milione»

PESCARA. «Mi chiamò Pierluigi Tucci: questo è il locale, tu sei il dj, se non ce la fai ti affianchiamo un altro, e se non va bene cambiamo. Dopo due settimane mi raddoppiò lo stipendio».

Il dj era Paolo Sala, e il locale era il mitico Niagara, la discoteca di Silvi ricostruita sulle ceneri dell’Enterprise dalla famiglia Tucci, già titolare a Silvi della Silvanella e, a Pescara, del lido Il Moro-Pinalba. Era l’inizio di un’epoca, di un decennio (il Niagara chiuse nel 1997) in cui la discoteca con l’acqua che sgorgava dalle pareti richiamava duemila persone a serata, con piazza Salotto che il sabato sera si trasferiva lì e con le prenotazioni che arrivavano da tutto il centro sud.

Paolo Sala, perché tanto successo?

Abbiamo avuto la fortuna di capitare nel momento di passaggio dalla disco all’house, proponendo tutta musica nuova rispetto a quella che andava fino a quel momento. E poi perché ci si investiva: Tucci mi diede l’assegno in bianco per comprare a Rimini tutta la musica che mi piaceva. Un sogno. E poi da lì ogni 15 giorni andavo a Rimini a comprare la musica, per i dischi spendevo un milione ogni volta ma ne valeva la pena. Eravamo diventati un locale di riferimento.

Che altre discoteche c’erano allora?

Il Caesar, il Lenny, l’Honeypot. All’Honeypot c’era Tonino Desiderio a mettere la musica, al Lenny Ivan Iacobucci che poi andò a Milano Marittima e poi a Bologna, al Caesar provarono a rilanciare con Mimmo Di Michele, anche lui storico del Lenny, ma ormai il Niagara era diventato di moda, anche per la fortuna di essere capitati in questo cambio generazionale di musica che abbiamo lanciato per primi. Anche perché in contemporanea aprii con Giovanni D’Addario Radio Ketchup che trasmetteva tutta la musica del Niagara che a quel punto esplose. Il Lenny era forte anche per il sabato pomeriggio, noi abbiamo risposto con le domeniche pomeriggio e fu una cosa micidiale: si dovevano chiudere le porte per quanti ragazzini c’erano. Mi ricordo lo sfascio di motorini e biciclette fuori, con Amedeo Di Mascio, oggi maestro elementare, a staccare i biglietti.

Che gente veniva?

Innanzitutto da piazza Salotto, la gente di Thomas, tutti gli amici di Pierluigi che si spostavano là il sabato sera, il venerdì sera. Mi ricordo i fratelli Italiani, Vizioli, il farmacista, Pino Borghese, Mario Vecchioni, che poi era l’amico di Pierluigi che gli fece il mio nome in tempi non sospetti, due anni prima del Niagara. Ma tanti, tantissimi. Caterina Anderlini, Manuela Pavesi, Antonio Pitocco, impossibile citarli tutti. Ma abbiamo avuto anche ospiti come Pinina Caravaglia, il principe Morris, gente che spospolava nelle discoteche milanesi. Anna Falchi, Manuela Arcuri, tutti i giocatori del Pescara, Max Allegri, Gelsi. Era diventata la discoteca di richiamo del centro sud, collaboravamo con il Pasha di Rimini, venivano tutti volentieri.

E il dj era un personaggio.

Il fascino del dj c’è sempre stato, ma io ero preso dalla mia passione per la musica, non ne facevo un lucro. Di certo quando inizia la serata e vedi tutta la gente in pista ti senti tre metri sopra il cielo, e io mi sentivo bene, mi piaceva.

Com’è nata la passione per la musica?

A 15 anni, mi piaceva la musica disco, il funky. Ho iniziato a lavorare con Radio Odissea, ma il primo locale è stato il dancing Le Naiadi, il responsabile era Gianfranco Valli: dietro alle piscine la sera si attrezzava il palco e si ballava. Ma prima ancora, alla fine degli anni Settanta, con i miei fratelli Roberto e Massimo, e con due amici del palazzo, alla Pineta, Gianni, e Marco Pompei, che oggi ha la scuola di musica il Minuetto, creammo una radio pirata. Mi ero comprato un trasmettitore e con quello riuscivamo a trasmettere in un raggio di due chilometri, dall’Aurum alla Stella Maris. Ci riunivamo a casa di uno o dell’altro e con il microfono sul mangiadischi mettevamo la musica e facevamo le parodie delle pubblicità, quello che poi ha fatto Marco Papa. Per me ebbe inizio tutto da lì.

A chi si ispirava nella scelta della musica?

All’epoca non c’erano internet, facebook e tutto il resto, non era facile conoscere le altre realtà. Ci dovevi andare fisicamente a Rimini, Milano, per scoprire musica e tendenze. E io a 16 anni prendevo il treno e andavo a Milano, dove mi ospitava un mio amico. Quando mi chiamò Pierlugi nell’87 lavoravo all’Anthony club di Silvi paese. Oggi con i computer chiunque può provare a fare il dj senza grossi sacrifici. Prima servivano i soldi: il mio primo giradischi me lo sono dovuto sudare. Anche il mixer costava, si arrivava a spendere un milione e mezzo, parliamo del 1979, l’80, erano soldi.

E chi glieli dava?

La musica. Grazie alla musica da quando ho 14 anni ho sempre riportato i soldi a casa. Anche se poi a scuola, l’Artistico, arrivavo sempre tardi.

Ma erano anche tempi in cui i dj prendevano bei soldi. In una foto si vede lei con uno dei primi telefonini attaccati alla cinta.

Sì, è vero, erano i primi mattoncini, me lo potevo permettere, ma da allora i cachet sono scesi brutalmente. Oggi ricevo tante proposte, ma spesso non ne vale neanche la pena.

Quand’è finito il Niagara?

Nel 1997, dopo dieci anni. Segnò un’epoca irripetibile.

E allora perché è finito?

È finito un ciclo, e i proprietari, Pierluigi ed Ezio che nel frattempo era diventato maggiorenne, dovevano scegliere. Avevano anche il Moro, c’era la Silvanella e investirono su quella. Nel 1995 aveva aperto la Fabbrica, il Caesar era passato ad Anconitano che aprì il Fixx. Abbiamo fatto due anni di battaglia e poi abbiamo chiuso.

Ma le discoteche esistono ancora?

Poco o niente. A Pescara c’è il Teatro Nervi, ma con la cucina a vista e il ristorante che è poi è quello che proponevo prima che il Niagara chiudesse. Nella nostra zona il concetto di discoteca dove paghi il biglietto per ballare e basta non esiste più. Sono cambiati i gusti: la gente va dove trova tutto in uno: la discoteca ha dovuto aprire il ristorante e i ristoranti l’angolino dance.

Ma non sarà anche una questione di mode?

Questo è certo, Pescara ti tira su in un attimo e ti butta giù in un attimo. La gente è sempre la stessa, si sposta solamente: da piazza Salotto a Pescara vecchia, da Pescara Vecchia alla zona del mercato. Vogliono sempre cose nuove.

Già che ci siamo, un difetto e un pregio dei pescaresi.

Sono troppo modaioli, i locali li bruciano in poco tempo, ma il pregio è che stanno avanti, sempre alla ricerca del nuovo, dell’eclatante. E la voglia di divertirsi qui c’è sempre. La scorsa settimana ho “suonato” alla festa di una persona di 70 anni, la fascia di invitati era dai 40 agli 80 e hanno ballato tutti.

Che musica va oggi?

C’è un’accozzaglia musicale, domina la musica anni ’90, 2000, una serata non la puoi fare solo con la musica di oggi.

Anche per i più giovani?

Anche per loro, sarà che l’hanno sentita dai genitori.

Ma sono spariti anche i pomeriggi in discoteca.

È che i giovani, i ragazzini, ormai escono a qualsiasi ora, altro che pomeriggio.

E uno come Paolo Sala, reduce del Niagara e da 35 anni in consolle, che cosa “suona” oggi?

Quello che mi piace, anche se il mio lavoro oggi è nel negozio di foto con mia moglie. Ma continuo con la musica: il sabato al Quattro vele, ex Rififì, e dove capita. Ho suonato anche in Belgio, in Svizzera in due locali al centro di Berlino. E poi con Giovanni D’Addario abbiamo avviato un nuovo progetto, il DjK, un’associazione di dj vecchi e nuovi che offrono servizi a radio e discoteche. C’è anche Simone Vitullo, che a 36 anni vive tra Pescara e Miami e ha fondato una casa discografica. Me lo sono cresciuto da quando aveva 14 anni. Uno top, è il mio orgoglio.