“I dieci giorni” di Maura Chiulli tra ego e supremazia del dolore

7 Giugno 2014

di Federica D’Amato Dieci giorni sono uno scenario perfetto, sembrerebbero quasi l'anticipo di un'apocalisse, l'inizio di un amore o di una poesia. Invece “Dieci giorni” (Hacca Edizioni, 14 euro) è...

di Federica D’Amato

Dieci giorni sono uno scenario perfetto, sembrerebbero quasi l'anticipo di un'apocalisse, l'inizio di un amore o di una poesia. Invece “Dieci giorni” (Hacca Edizioni, 14 euro) è il titolo del nuovo romanzo di Maura Chiulli, l'artista abruzzese originaria di Cepagatti che dopo dieci anni di vagabondaggi per l'Italia ha scelto di tornare a casa e, a quanto pare, di farlo in grande stile. Sì, perché “Dieci giorni” è un perfetto incrocio di storie in cui la supremazia del dolore – quello dei corpi, quello dei figli, quello delle identità spezzate – va simbolicamente a farsi carico di un addio, quello che l'autrice dà all'età del furore, artistico ed esistenziale, per far spazio ad un più incisivo e maturo ritorno ai significati del sé. Non si tratta di celebrarne il velato autobiografismo, bensì del riconoscimento che letteratura è anche questa registrazione di come la propria storia personale vinca, sempre, fuori o dentro la maestria della trasfigurazione. E la Chiulli, abile performer del fuoco come della parola, nella sua registrazione narrativa ci ammonisce proprio di vivere e ricordare, a qualsiasi costo, anche se farlo ci costerà la vita, anche se andare fino in fondo comporta il ritrovarsi sporchi e nudi di fronte a se stessi. Ed è questo che fanno Luciano, Silvia, Mario, Sergio, Tommaso e le ulteriori pedine del terrore che sostanziano i personaggi del romanzo: si ammalano, piangono, prendono ormoni, non riescono a sentirsi né uomini né donne, bestemmiano, fuggono, deliberano e schiantano il volo dell'essere, tutto per amore, tutto perché vittime e carnefici della stessa incapacità di prendersi cura di sé e degli altri. Storie di corpi che hanno dimenticato l'anima, storie di anime che hanno fatto un patto col diavolo dei corpi, storie di infanzie lunghe quarant'anni che a un certo punto scoppiano, innescando col boato del finimondo il silenzio mortale di chi si salva e se lo tiene per sé. Proprio l'egoismo, o meglio l'egotismo, è l'altro protagonista di “Dieci giorni”, ombra gigante del corpo nero di un'Italia che squassa la carcassa di se stessa, radiografia lucida e spietata dell'attuale situazione socio-economica e culturale, maneggiata dalla Chiulli con toni che puntano al saggistico, senza turbare l'andamento prosastico della narrazione. Un romanzo, bisogna confessarlo, non adatto a tutti, perché non tutti hanno il coraggio di vivere, non tutti comprendono l'importanza di diventare esattamente quel che si è. Leggete “Dieci giorni” solo se disposti a farlo.

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