I fratelli di Alessandro dai carabinieri per 4 ore

16 Marzo 2018

Lunga audizione in caserma di Paolo Junior e Massimiliano, rientrato da Miami Investigatori ancora nella villetta di famiglia a Spoltore, portato via il computer

PESCARA. Quattro ore davanti ai carabinieri per raccontare tutto quello che sapevano, tutto quello che ricordavano della vita del loro fratello più piccolo Alessandro, il terzo dei quattro figli di casa Neri. Ieri pomeriggio i primi due, Paolo Junior e Massimiliano, quest’ultimo tornato due giorni fa da Miami dopo il braccio di ferro con la burocrazia che ne ha ritardato i tempi di rientro, hanno risposto alle domande degli investigatori che il giorno prima avevano riascoltato la madre.
Domande mirate a ricostruire le frequentazioni di Alessandro, le abitudini e i rapporti del 28enne ucciso con due colpi di pistola, a un fianco e alla testa, dopo essere scomparso da casa il 5 marzo scorso. Accompagnati dal padre Paolo Neri, dallo zio Antonino Idà e da un amico di famiglia, i due ragazzi sono rimasti nella caserma del comando provinciale per circa quattro ore. L’audizione come testimoni, davanti ai carabinieri del reparto Operativo e del Nucleo investigativo diretti dal colonnello Gaetano La Rocca e dal maggiore Massimiliano Di Pietro, è iniziata intorno alle 15,30 ed è finita alle 19,40. Circa quattro ore, un paio a testa, in cui i due fratelli hanno raccontato il loro Alessandro, il più piccolo dei tre e l’unico rimasto a Villa Raspa di Spoltore con la madre, dopo che la famiglia era stata estromessa dalla società vitivinicola fondata a Orsogna dal nonno materno nel 2015.
E anche su questo, sui rapporti, sui presunti rancori e sui contatti con la famiglia della madre Laura Lamaletto, che gli investigatori hanno ascoltato i due giovani, Paolo Junior informatico a Dublino, in Irlanda, e Massimiliano chef a Miami dove si è sposato, e dove la madre Laura contava di trasferirsi presto insieme con Alessandro. In particolare, gli investigatori si sono soffermati anche sui rapporti con il cugino Gaetano junior, attualmente alla guida dell’azienda di famiglia e sul quale, in attesa di ascoltarlo appena rientrerà in Italia, hanno avviato tutta una serie di accertamenti per sgomberare il campo anche da sospetti alimentati da chi ha riferito di una presunta lite tra Alessandro e il cugino. Quest’ultimo partito da Pescara per gli Stati Uniti la mattina del 4 marzo, il giorno prima della scomparsa di Alessandro la cui macchina, la 500 rossa, è stata ritrovata in via Mazzini nella zona del centro dove ha un appartamento la famiglia di Gaetano junior. Di qui le perquisizioni e i sequestri delle due auto in uso al giovane e agli altri componenti della famiglia Lamaletto, tra la villa di Giuliano Teatino dove abita il giovane con i nonni paterni e l’azienda di Orsogna, e su cui oggi dovrebbero iniziare gli accertamenti del Ris. Con l’obiettivo di evidenziare, ed eventualmente comparare, tracce e impronte come quelle ritrovate sulla 500 di Alessandro e lasciate dagli pneumatici sul fango a ridosso del greto del torrente dove è stato trovato senza vita Alessandro lo scorso giovedì.
Ma questa non è né l’unica pista né quella privilegiata dagli investigatori che continuano a scavare nella vita e nelle abitudini del giovane. Per questo gli stessi carabinieri del comando provinciale diretti dal colonnello Marco Riscaldati ieri mattina sono tornati a casa della famiglia Neri per prendere il computer e altri elementi ritenuti utili alle indagini.
Un puzzle difficile da ricomporre perché tante sembrano essere le vite di Alessandro. Un ragazzo alla mano, amico di tutti, benvoluto ma anche “furbo” come l’ha definito il fratello in un post su Facebook per dire che non era uno sprovveduto. Uno che sapeva stare al mondo, Alessandro che seppur disponibile e generoso, non era un ingenuo.
Un motivo in più per ritenere che forse, dopo aver salutato la madre lunedì pomeriggio, Alessandro è andato a incontrare chi poi l’ha ucciso convinto di sbrigarsela come al solito. Oppure ci si è ritrovato perché qualcuno che conosceva l’ha portato in quella trappola. In ogni caso chi l’aspettava aveva la pistola e gliel’ha puntata su un fianco. Forse per spaventarlo, forse per fargli capire una volta per tutte chi era il più forte e come si doveva comportare. Ma lui non si è piegato, forse ha reagito. Ed è partito il primo colpo, che l’ha solo ferito. Poi il secondo, alla testa, per ucciderlo. Perché forse, Alessandro, l’avrebbe riconosciuto.
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