«I miei tre giorni d’inferno dentro il carcere brasiliano»

11 Febbraio 2017

Il calvario del commercialista di Cellino Attanasio arrestato per sfruttamento della prostituzione e assolto un anno e mezzo dopo. «Adesso il mio nome deve tornare pulito»

PESCARA. Tre giorni nell'inferno del carcere brasiliano con l'accusa di sfruttamento della prostituzione, poi la scarcerazione dietro cauzione e la piena assoluzione per non aver commesso il fatto.

Si è sempre dichiarato innocente, il commercialista originario di Cellino Attanasio ma residente a Roma, Umberto Cerqueti, sposato e padre di un figlio di 22 anni, che a quasi due anni dall'arresto, difeso da legali brasiliani, riceve la sentenza di assoluzione, datata 6 ottobre dello scorso anno, dal tribunale giudiziario di Alagoas (Stato a nord-est del Brasile con 3 milioni di abitanti), a firma del giudice Odilon Raimundo Maciel Marques Luz e chiede che il suo nome «così vilmente screditato, venga riabilitato di fronte all'opinione pubblica».

Il professionista teramano, con tre studi a Roma e uno a Montesilvano, in corso Umberto, ricostruisce minuziosamente la sua vicenda che, tra luci e ombre, ha inizio il 23 febbraio 2015 mentre si trovava a Maceiò, cittadina nello Stato di Alagoas, affacciata sull'Oceano Atlantico.

Perché era andato in Brasile?

Ci vado, anzi, ci andavo spesso, per ragioni di affari: mi occupo anche di consulenze immobiliari. L’ultima volta sono andato perché dovevo promuovere, per conto terzi, l’affitto di alcuni appartamenti, preferibilmente a uomini d’affari. Per fare ciò, esperti del settore mi hanno consigliato di inserire le offerte relative a questi immobili nel circuito web delle banche locali.

Come aveva conosciuto quella ragazza?

Nel viaggio precedente, a ottobre, avevo fatto la conoscenza in un istituto di credito di una giovane dipendente esperta di web, per cui mi rivolsi a lei, quel 23 febbraio 2015, offrendole l'opportunità di vedere gli appartamenti in questione che si trovavano all'interno di un residence e che sono amministrati da un amico, per divulgare foto e notizie attraverso siti internet, blog e social della banca stessa, allo scopo di proporli al grande pubblico.

Perché pensò che alla dipendente di quella banca potesse interessare la sua proposta di lavoro?

Perché venni a sapere, parlando con lei, che eseguiva più lavori, per potersi terminare gli studi. Quindi, la mattina faceva il tirocinio in banca e il pomeriggio studiava. Accettò il mio invito e mi diede appuntamento per le ore 18 di quel pomeriggio, terminate le lezioni a scuola.

Quindi, che cosa avvenne a quel punto?

Arrivò all'appuntamento e ci recammo in questa palazzina, sorvegliata dalle videocamere. Arrivammo agli ascensori e con noi salirono due poliziotti delle forze speciali con cui scambiammo saluti e parole di circostanza. Alla vista degli agenti, ricordo che pensai: però, ci tengono molto alla sicurezza, da queste parti. Salimmo al quarto piano tutti insieme, i poliziotti andarono da una parte e noi dal verso opposto, dove si trovava l'appartamento. Entrammo nel soggiorno e le dissi di cominciare a scattare foto, mentre io ebbi necessità di andare in bagno. Non passarono neppure dieci secondi che sentii battere con violenza alla porta: «Aprite o sfondiamo!». Mi risistemai e andai ad aprire. Mi trovai di fronte due uomini in divisa e incappucciati, non saprei dire se fossero gli stessi incontrati poco prima, perché non riuscivo a vedere i loro volti. Ero terrorizzato, pensavo di essere su “Scherzi a parte” e anche la ragazza, che era molto spaventata, si era rifugiata dietro un paravento.

Che cosa vi chiesero?

Mi ordinarono di sedermi, uno dei due aveva in mano un pacco avvolto in un involucro nero, e in seguito scoprii che si trattava di droga prelevata da un appartamento attiguo, dopo aver eseguito un blitz perché era in corso una faida tra brasiliani e colombiani per spaccio di droga e usura. Urlavano: “Dove hai messo la droga, italiano?”. E poi, rivolti alla ragazza: «Quanti anni hai?». Lei rispose 16. Io ero allibito, non pensavo fosse minorenne, ma in seguito scoprii che in Brasile è lecito e usuale lavorare in banca pur non essendo maggiorenni. Quindi, i poliziotti dissero: «Ora arrestiamo l'italiano pedofilo». Pensavano che io mi trovassi in compagnia di quella ragazza per sedurla: secondo l'accusa, io avrei mandato foto di cibo e vestiti dall'Italia, con fiori e promesse di viaggi e denaro allo scopo di avere rapporti sessuali (anche se fosse stato, tale condotta, secondo i giudici brasiliani non ha alcuna rilevanza penale).

Poi, che cosa successe?

Lei cominciò a piangere e si difese dicendo che io non l'avevo sfiorata neppure con un dito. Ed era vero. In seguito l'accusa sostenne che percepirono la differenza di età tra noi due in ascensore per cui avrebbero deciso di eseguire la perquisizione nel nostro appartamento. Ciò che mi colpì fu che i poliziotti dissero alla ragazza: la sua deposizione deve essere coincidente con la nostra testimonianza e non le succederà nulla. Una dichiarazione che sapeva di artefatto.

All’epoca, fu reso noto che eravate nudi al momento dell’irruzione delle forze speciali.

È un mistero come gli agenti potessero vedere delle persone nude attraverso i muri e con la porta chiusa, che ho aperto io dopo essere uscito dal bagno. E ho pure firmato il verbale di perquisizione, come riporta l'accusa. Peraltro al commissariato, qualche ora dopo, la ragazza è stata sottoposta a visita medica e non sono stati individuati segni di violenza sessuale.

Dopo la perquisizione è finito in manette?

Sì, mi hanno ammanettato e quando siamo scesi in strada c'era una folla di giornalisti. Mi è preso il panico, immaginavo che la notizia arrivasse in Italia e avevo timore per la mia famiglia. Ci condussero al distretto di polizia più vicino e mi annunciarono che sarei rimasto in stato di fermo perché bisognava indagare e capire se avessi tentato di convincere la ragazza a venire in Italia per prostituirsi.

Che cosa intendevano scoprire gli investigatori?

La polizia intendeva appurare se io avessi locali notturni per far prostituire le donne, in Italia. Ovviamente, non ho locali né in Italia né all’estero e l’unica mia attività è quella di commercialista, risposi. L’unica ipotesi di reato per la quale ero indagato era favoreggiamento della prostituzione, non certo pedofilia, come si evince dal capo di imputazione. “Gringo”, mi chiamarono, come vengono appellati gli stranieri lì.

E poi?

Mi hanno chiuso in cella per tre giorni. In Brasile il carcere è un inferno: ho visto gente pestata a sangue e avevo paura di fare la stessa fine. Pensavo: morirò e non potrò spiegare alla mia famiglia la mia verità. Sono stato scarcerato dietro cauzione e ho atteso la sentenza del giudice che è arrivata un anno e mezzo dopo i fatti. Non c'è stato bisogno del dibattimento, è stato accertato che sono estraneo ad ogni addebito.

Ora, che cosa farà?

Chiederò un risarcimento danni allo Stato brasiliano. E forse non tornerò più in quella terra. Con Amnesty International ho avviato una battaglia per tutelare i diritti dei detenuti contro i soprusi della polizia. Poi continuerò a fare il mio volontariato in Sri Lanka, a Mannar nel territorio Tamil, dove abbiamo aperto un orfanotrofio, con un amico, per ospitare 30 bambini e una scuola per cento studenti. Ora voglio che il mio nome torni pulito: per la mia famiglia, i miei dipendenti e clienti».

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