I parenti dei 29 morti nel resort «Giustizia dopo 6 anni di dolore»

L’ultimo appello dei familiari a poche ore dal verdetto: ma nessuno ci restituirà i nostri cari
PESCARA. Aspettano questo giorno da più di 6 anni ma la giustizia che vorrebbero davvero, quella non l’avranno: «Per noi, la giustizia sarebbe che i nostri cari tornassero a casa ma sappiamo che non è possibile e, allora, ci ritroviamo qui in tribunale per individuare i colpevoli», dice Mario Tinari che, sotto le macerie dell’hotel Rigopiano travolto dalla valanga il 18 gennaio del 2017, ha perso la figlia Jessica, 22 anni di San Salvo, occhi e sorriso grandi.
L’ORA PIù ATTESA La voce di Mario è la stessa degli altri familiari: la valanga dalla forza di 120mila tonnellate di neve, rocce e alberi sradicati ha spezzato 29 vite. Figli senza più genitori e genitori senza più figli. Soltanto 11 i sopravvissuti. Da allora si chiedono tutti perché. Oggi, fino a quando il giudice Gianluca Sarandrea pronuncerà la sentenza a carico dei 30 imputati, il tempo passerà lento. Come quel mercoledì maledetto, quando sul Gran Sasso fioccava la neve senza sosta, c’erano le scosse di terremoto e i telefonini funzionavano poco: la sentenza, la prima verità giudiziaria sul disastro di Rigopiano, è attesa per il pomeriggio. Il procuratore Giuseppe Bellelli e i pm Anna Benigni e Andrea Papalia hanno chiesto condanne per 151 anni, la più alta, pari a 12 anni, per l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo.
«MAI PIù» Con il processo ormai finito e il rimpallo di responsabilità per quell’albergo circondato da un recinto di neve alto quasi tre metri, il papà di Jessica commenta: «Purtroppo, abbiamo capito che c’era gente inadeguata a ricoprire un ruolo pubblico: non è semplice amministrare la cosa pubblica. Io non gioisco nel vedere le persone condannate: l’ideale per me sarebbe farli decadere dai loro incarichi. Aspettiamo la sentenza affinché quello che è successo a Rigopiano non accada mai più ma, in Italia, si sa, le tragedie non ci insegnano niente».
«GUARDACI NEGLI OCCHI» Loredana è la madre di Domenico Di Michelangelo, il poliziotto di Chieti morto insieme alla moglie Marina Serraiocco mentre è sopravvissuto il loro figlio, Samuel: «Cosa vorrei dire al giudice? Non saprei, forse di guardarci negli occhi e ascoltare il cuore delle mamme. Lo sappiamo che ci sono dei colpevoli che non si sono adoperati per salvare i nostri familiari. Il giudice sa già tutto e non c'è bisogno che noi ripetiamo come stanno i fatti. Credo nella giustizia e sia chiaro che noi non cerchiamo un colpevole: vogliamo solo giustizia».
«LA GIUSTIZIA? CI SPERO» Clotilde, anche lei di Chieti, è la nonna di Samuel: la tragedia ha ucciso sua figlia e suo genero e ha risparmiato il nipote. Ogni giorno è un’altalena di emozioni tra il dolore e una gioia che non lo sarà mai fino in fondo. «Samuel ormai è un ragazzo: è sereno, va a scuola e coltiva i suoi hobby. Ma a noi costa tanto dargli quella serenità: noi stiamo male dentro e non è semplice andare avanti. La giustizia? Io ci spero e spero che la sentenza ci dia un po’ di serenità anche se, a noi, i figli non ce li ridarà nessuno».
QUEL GIORNO Il giorno del disastro c’era un muro di neve tra il bivio di Farindola in contrada Mirri verso Rigopiano: 9 chilometri di strada sommersa. Se avessero potuto percorrere quella strada, tanti se ne sarebbero andati via dall’hotel Rigopiano già dalla mattina e sarebbero tornati a casa. Intorno alle 17, la valanga avrebbe abbattuto un resort vuoto, invece, dentro c’erano 40 persone, bambini compresi. «Quella strada è diventata una trappola», ha detto la pm Benigni durante la requisitoria, perché «la provinciale numero 8 per Rigopiano era l’unica via di fuga».
RISCHI IGNORATI Ma la catena di eventi avversi va anche all’indietro nel tempo e non è concentrata solo nei giorni, nelle ore e nei minuti precedenti alla valanga: va all’indietro nel tempo con le prescrizioni non rispettate, a partire dalla carta valanghe e cioè la mappa dei rischi da non sottovalutare, anche e soprattutto nei casi di interventi edilizi. «Fallimento è l’omessa pianificazione territoriale di una legge del 1992», le parole del pm Papalia, «un ritardo inaccettabile».
«CORAGGIO PER I MORTI» «Aspettiamo questo momento da sei anni e speriamo che siano confermate le richieste della Procura: auspichiamo che arrivi giustizia per queste 29 anime innocenti», dice Paola, la madre di Emanuele Bonifazi, 31 anni di Macerata, che faceva il receptionist dell’hotel. «Una cosa deve essere chiara: quello che è successo a Rigopiano non deve succedere più. Ci sarebbe giustizia per mio figlio se chi ha sbagliato pagasse anche se, per noi, non cambierà niente: Emanuele nessuno potrà ridarcelo ma io», ricorda la mamma, «gliel’ho promesso con l’ultimo bacio che avrei lottato fino alla fine per dargli giustizia. Mi manca tutto di Emanuele: c’è uno spazio vuoto che mai si colmerà. Con lui è morta anche una parte di noi». Un ultimo messaggio: «Che si riesca a trovare la saggezza e il coraggio per poterci dare giustizia».
«ABBIAMO PAURA» Silvana Angelucci è morta insieme al marito Luciano Caporale: Silvana e Luciano sono la coppia di parrucchieri di Castel Frentano che in macchina cantavano sorridenti la canzone di Arisa “L’amore della mia vita”. «Essere in aula ogni volta non è semplice, ma lo dobbiamo alle 29 vittime», dice la sorella Annamaria, «cerchiamo giustizia per loro. Noi aspettiamo con fiducia la sentenza, ma abbiamo anche tanta paura: la nostra presenza serve a chiedere che le condanne richieste dai pm siano confermate». Tra le pene più alte, oltre ai 12 anni per l’ex prefetto, la Procura ha chiesto 11 anni e 4 mesi per il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, e 6 anni per l’ex presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco.
«IL MIO PRESENTIMENTO» Ilaria Di Biase aveva 22 anni, era di Archi e faceva la cuoca nel resort: «Mi aspetto giustizia anche se nessuno mi ridarà mia figlia», dice mamma Mariangela, «di certo, non può finire come se niente fosse successo. Quel giorno io e mia figlia ci siamo sentite costantemente: Ilaria era spaventata per la neve e per le scosse di terremoto della mattina. Ci siamo sentite l’ultima volta verso le 16 e mi ha detto che stavano aspettando la turbina ma che non era ancora arrivata e probabilmente non sarebbe arrivata. Ilaria ha chiamato me e poi anche il padre e il fratello». Una madre può sentire in anticipo quello che accadrà ai suoi figli: «Avevo il presentimento che sarebbe successo qualcosa di brutto e l’avevo avuto già qualche giorno prima: quando Ilaria stava ripartendo per andare al lavoro, le ho detto di non farlo e non era mai successo in tre anni. Ora il mio dubbio», conclude la mamma della 22enne, «è che dovevo convincerla a restare ma lei voleva andare per forza: diceva che c’erano gli ospiti e che doveva lavorare».
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