I parenti: finalmente vediamo la luce

I familiari delle vittime ringraziano la procura e chiedono tempi brevi per il processo: si dimetta chi svolge incarichi pubblici
PESCARA. «Finalmente», dicono i familiari delle 29 vittime della valanga di Rigopiano. Finalmente perché «era tanto che l’aspettavamo», ma soprattutto perché «finalmente ora si comincia».
«La procura ha fatto un lavoro eccezionale, speriamo di arrivare a una conclusione», si augura Nicola Caporale, uno dei due figli di Silvana e Luciano Caporale. Dopo 22 mesi di battaglie in prima linea nonostante il fardello di vuoto e dolore che si portano appresso da quel 18 gennaio 2017, le mamme e i padri, i figli, i fratelli e le sorelle dei 29 morti accolgono l’avviso di conclusione delle indagini con un sospiro di sollievo. «È un momento importante», dice Fabio Salzetta, tra gli 11 sopravvissuti e fratello di Linda, una delle vittime, «ma ora bisogna arrivare presto al processo». «Vogliamo sapere i nomi e i cognomi di chi quel giorno ha ammazzato 29 persone», dice Riccardo Di Carlo che con i fratelli Piergiovanni ed Edoardo (quest’ultimo tra gli 11 sopravvissuti) ha perso i genitori Nadia e Sebastiano, di Loreto Aprutino, «e speriamo che tutto questo si chiuda il prima possibile. Non si può più aspettare».
«Si comincia a vedere un po’ di luce», scrive su Facebook Alessio Feniello, il papà di Stefano che a Rigopiano era andato il pomeriggio prima della valanga con la fidanzata. Lo stesso Feniello che riguardo alle richieste di archiviazione per quasi tutti i politici, e in particolare per l’ex presidente della Regione Luciano D’Alfonso verso cui ha puntato il dito per tutti questi mesi, dice: «Andremo a vedere le carte e verificheremo se ci sono spiragli per opporci alla richiesta di archiviazione. In ogni caso, indipendentemente dalle eventuali responsabilità dirette, noi da D’Alfonso abbiamo sempre voluto e continuiamo a volere risposte che lui si è rifiutato di darci, perché fu uno di quelli che annunciò in pompa magna i nomi dei cinque superstiti, tra cui quello di Stefano». «Manca all’appello il presidente D’Alfonso», dice anche Giampaolo Matrone che, se ci saranno gli estremi, con i suoi legali proporrà opposizione alla richiesta di archiviazione. Ma il pasticciere di Monterotondo sopravvissuto dopo 60 ore sotto le macerie a differenza della moglie Valentina, e che sta ancora facendo fisioterapia per riacquistare l’uso della mano, commenta anche l’esclusione di Daniela Acquaviva, la funzionaria della Prefettura che non credette alle prime richieste di aiuto dopo la valanga: «In fondo me l’aspettavo», ammette Matrone, «ma non vorrei essere al suo posto per i rimorsi che deve provare. Io adesso voglio solo guardarli tutti in faccia in un’aula di Tribunale». Anche Marco Foresta, figlio unico di Bianca e Tobia Foresta, punta al processo: «Speriamo che alla fine il lavoro della Procura porti al risultato che tutti ci aspettiamo anche se molte posizioni sono state stralciate. Adesso si apre un’altra pagina e speriamo che la nostra tragedia sia da monito per tutti quelli che amministrano la cosa pubblica. Quello che è successo a Rigopiano può riaccadere in ogni momento se chi amministra, chi sta negli uffici, si comporta come hanno evidenziato le ottime indagini della procura per questa tragedia: negligenze a livello comunale, provinciale, di prefettura e degli uffici regionali». Marcello Martella, che ha perso la figlia Cecilia, estetista del resort Rigopiano, aggiunge: «Ci sono gran parte dei nomi che volevamo e non è detto che quelli esclusi non possano rientrare in fase di processo. Siamo soddisfatti anche per i capi di imputazione, soprattutto per il prefetto Provolo, ma in attesa del processo noi del comitato ci batteremo affinché, una volta che ci saranno le richieste di rinvio a giudizio, gli imputati si sollevino dagli incarichi che svolgono. Vanno allontanati o devono dimettersi, perché hanno dimostrato di non essere stati nè capaci nè efficaci di evitare la morte di 29 persone. E invece dobbiamo pure sentire che oltre a non farsi da parte, c’è anche chi si ricandida. Cecilia? Di lei manca tutto, come manca tutto a tutte le famiglie delle vittime». «I miei genitori non sono morti per una valanga, sono morti per l’ignoranza, l’incoscienza, l’imprudenza e la negligenza di persone che non hanno avuto la coscienza di fare bene il proprio lavoro», ripete Federica Di Pietro, che con la sorella Fabrizia ha perso i genitori Barbara e Piero Di Pietro, di Loreto. «Lo dicevo un anno fa e l’ho ritrovato scritto oggi (ieri ndr) sulle 45 pagine dell’avviso di conclusione delle indagini. Sono carte che parlano. Non so come quelle persone si possano addormentare la sera. Io so solo che leggendo quelle pagine ho pianto. Di una tristezza infinita».
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